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Lou Reed, stasera in piazza Duomo la leggenda che cambiò il rock
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di Michele Galardini PISTOIA. Era il 16 Luglio del 2000 e dopo una due giorni infuocata al Blues di Pistoia, con B.B.King, Robert Plant, Willy Deville, Popa Chubby, sul palco salì un certo Lou Reed, uno che ha attraversato quasi cinquant'anni di rock distorto, di droghe, di arte e di palchi.
Era il 2000 e chiamare Lou Reed al Blues di Pistoia poteva sembrare offensivo verso quell'etichetta decennale così bella, così piena di storia che la parola "blues" rappresentava e continua a rappresentare. A undici anni di distanza il problema si pone nuovamente, se di problema realmente si tratta.
Perché Lou Reed è molto più vicino al blues di quanto non si possa pensare. Non nello stile, diverso da qualunque altro e ricollegabile forse solo alla forma canzone "beatlesiana", ma nell'anima di un uomo che ha sempre agito sottoterra, alle radici della musica, per fertilizzare l'humus del rock da metà degli anni Sessanta in poi.
Ma Lou Reed non era il mentore e principale autore, assieme a John Cale, dei Velvet Underground? Non è a lui che si devono i sette minuti acidi di "Heroin" o i quasi otto minuti della stupenda cavalcata "European son"? E non è forse un parto della sua mente quel "Metal machine music" del 1975, composizione elettronica strumentale in quattro movimenti della durata di 16 minuti l'uno? Lou Reed è tutto questo.
Anzi Lou Reed è tre volte più di questo se si considera anche la sua grande capacità nel comporre ballate immortali come "Perfect day", "Satellite of love" o canzoni quasi d'avanspettacolo come "New York conversation". Ma ci sarà un motivo - e veniamo al reale motivo del contendere - se nella parata di stelle del blues messa insieme da Martin Scorsese all'interno dei quattro dvd intitolati "The Blues", spicca il nome e la performance proprio di Lou Reed.
Sua è infatti una delle versioni di un classico del blues di Skip James "Look down the road" inserita nel documentario "The soul of a man" diretto da Wim Wenders, nel quale si intersecano e prendono vita le parole e la musica di tre grandi pionieri del genere come J.B. Lenoir, Blind Willie Johnson e appunto Skip James.
Da quel giovane chitarrista e cantante nato in povertà come tutti i bluesman, Lou Reed prende a prestito l'inconsapevolezza del genio, quella stessa inconsapevolezza che porta Skip James a prendere il treno per la prima volta nella sua vita a 24 anni, andare in uno studio improvvisato per registrare ore e ore di grande blues che solo a molti di distanza verranno riscoperte e valorizzate.
Era il 2000 e chiamare Lou Reed al Blues di Pistoia poteva sembrare offensivo verso quell'etichetta decennale così bella, così piena di storia che la parola "blues" rappresentava e continua a rappresentare. A undici anni di distanza il problema si pone nuovamente, se di problema realmente si tratta.
Perché Lou Reed è molto più vicino al blues di quanto non si possa pensare. Non nello stile, diverso da qualunque altro e ricollegabile forse solo alla forma canzone "beatlesiana", ma nell'anima di un uomo che ha sempre agito sottoterra, alle radici della musica, per fertilizzare l'humus del rock da metà degli anni Sessanta in poi.
Ma Lou Reed non era il mentore e principale autore, assieme a John Cale, dei Velvet Underground? Non è a lui che si devono i sette minuti acidi di "Heroin" o i quasi otto minuti della stupenda cavalcata "European son"? E non è forse un parto della sua mente quel "Metal machine music" del 1975, composizione elettronica strumentale in quattro movimenti della durata di 16 minuti l'uno? Lou Reed è tutto questo.
Anzi Lou Reed è tre volte più di questo se si considera anche la sua grande capacità nel comporre ballate immortali come "Perfect day", "Satellite of love" o canzoni quasi d'avanspettacolo come "New York conversation". Ma ci sarà un motivo - e veniamo al reale motivo del contendere - se nella parata di stelle del blues messa insieme da Martin Scorsese all'interno dei quattro dvd intitolati "The Blues", spicca il nome e la performance proprio di Lou Reed.
Sua è infatti una delle versioni di un classico del blues di Skip James "Look down the road" inserita nel documentario "The soul of a man" diretto da Wim Wenders, nel quale si intersecano e prendono vita le parole e la musica di tre grandi pionieri del genere come J.B. Lenoir, Blind Willie Johnson e appunto Skip James.
Da quel giovane chitarrista e cantante nato in povertà come tutti i bluesman, Lou Reed prende a prestito l'inconsapevolezza del genio, quella stessa inconsapevolezza che porta Skip James a prendere il treno per la prima volta nella sua vita a 24 anni, andare in uno studio improvvisato per registrare ore e ore di grande blues che solo a molti di distanza verranno riscoperte e valorizzate.
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