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«Quando Allegri mi diceva: che ci fai ancora in ospedale?»
Beatrice Faragli
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CASALGUIDI ROSSONERA. Il sindaco Mochi premia Grani 6 MINUTI DI LETTURA
PISTOIA. Il passo è lungo ma, di sicuro, non più della sua gamba. Negli anni Novanta faceva la spola tra l'ospedale del Ceppo e lo stadio Melani. Di mattina infermiere in sala operatoria, di pomeriggio "massaggiatore" per gli arancioni. In mezzo solo viale Matteotti. Col tempo le distanze si sono allungate e i sacrifici inaspriti. Sull'asfalto c'ha lasciato una macchina all'anno. Pistoia-Ferrara, Pistoia-Grosseto, Pistoia-Genova. Finché, nel 2008, non c'ha pensato il mare a separarlo dalla strada. È arrivato il Cagliari e, dopo nemmeno un'ora, la rinuncia al posto fisso. Oggi, Stefano Grani, casalino doc, è il fisioterapista del Milan e stringe tra le mani il suo primo scudetto. Dall'Us Casalguidi all'Ac Milan. Stefano Grani, partiamo da qui: ci racconti la prima volta che ha messo piede a Milanello nel 2010... «Una forte emozione. Mi sono chiesto: sarò all'altezza? Sono entrato insieme a Marco Landucci, l'allenatore portieri. C'ha fatto strada il team manager Vittorio Mentana. Il centro sportivo è il massimo da un punto di vista tecnologico e organizzativo. Ci sono macchinari che nemmeno conoscevo. Mi sono detto "fai conto d'essere a scuola o a un corso d'aggiornamento". Poi però tutto s'è messo in moto. Anche l'impatto con i giocatori è stato ottimo. Mi sono accorto che più cresci di categoria e più trovi professionisti capaci di adattarsi ad ogni esigenza dettata dal lavoro. Dopo un anno insieme poi c'è una fiducia reciproca. Basta essere onesti e sinceri». Gattuso e Cassano: le due facce della stessa medaglia? «Al di là di tutto quello che è successo prima, penso che Cassano al Milan abbia trovato la giusta dimensione. È un ragazzo eccezionale, brillante, generoso e con una grande predisposizione al lavoro. E, tutto questo, si sente anche nello spogliatoio. È uno di quelli che sdrammatizza quando c'è tensione ed è tra i più entusiasti quando c'è da festeggiare. Con Gattuso poi è stata subito intesa a pelle. Appena sono arrivato m'ha detto: "c'è bisogno di lavorare sodo ma so già che sei uno stakanovista". E così è successo». Le presentazioni con Berlusconi invece? Come sono state? «Lui si è rivelato una continua sorpresa. E' venuto quattro volte negli spogliatoi. Non pensavo e non immaginavo nemmeno che mi conoscesse, siamo una trentina nello staff. Invece mi ha chiesto della mia famiglia e dell'impatto con Milano. La seconda volta che ci siamo incontrati mi ha stretto la mano e mi ha domandato come si trovasse mio figlio Lorenzo nella nuova scuola milanese. A Roma c'ha promesso una bella sorpresa in caso di vittoria ma non la posso svelare - sorride - e, a scudetto conquistato, ha festeggiato insieme a noi negli spogliatoi». La vostra vita - la sua, quella di Giulia e del piccolo Lorenzo - ora è a Gallarate. Il ritorno a Pistoia - centellinato ma comunque immancabile - com'e'? «A Casalguidi di sicuro ci sono molti più milanisti di prima. Nell'approccio che la gente ha con me, rispetto a quando magari ero al Grosseto, si sente la differenza. Vogliono sapere com'è la squadra vista da vicino. Il Milan è una delle società meglio organizzate d'Europa. Milanello è una struttura con sei campi da calcio esterni, ognuno con l'erba perfetta, e con tanto di piscina, palestre, Milano lab (un centro dove i calciatori vengono testati quotidianamente), ristorante, albergo e persino un parco per passeggiare. L'impatto ti lascia sorpreso, però poi tutto diventa normalità. Io a Gallarate vivo davvero bene ma resto legato a Casalguidi, dove ci sono i miei genitori. E' qui che ho mosso i primi passi. Mio padre era infermiere a Pistoia e la domenica faceva il massaggiatore nell'Us Casalguidi. Il "là" me l'ha dato il mio babbo, avevo 21 anni». Milano e Pistoia, due mondi opposti. Anche a livello sportivo... «Pistoia è una bella città, un posto a misura d'uomo dove si potrebbe vivere davvero bene, ma è spenta, lenta. Non vedo nessun entusiasmo nel crescere, nel fare le cose. Tranne che a luglio, dimmi quando c'è un concerto a Pistoia? Ci sono poche opportunità, soprattutto per i giovani. I ragazzi si avvicinano spesso allo sport e alla musica. Ma la Pistoiese in questi tempi è scomparsa ed io sono deluso, rammaricato e triste perché è la squadra che mi ha permesso di iniziare tutto questo. Mi piacerebbe perlomeno vederla in serie C ma mi sa che dovremo aspettare un bel po'. Rimane il basket. Per il resto non c'è poi molto. I centri d'aggregazione sono gli stessi da decenni. Mancano le occasioni per i più giovani». Vivere da mattina a sera lo spogliatoio e poi sentir parlare di calciopoli e calcio scommesse. Che effetto fa? «Quando fai sacrifici, quando lavori sodo e ti accorgi che qualcuno ha manovrato il tuo lavoro e ne ha fatto una sorta di gioco mi rendo conto che il mondo dello sport è rapportabile, spesso, a quello della politica o della sanità. Alla fine la gente prova solo delusione e distaccamento. E' la stessa cosa che succede nel ciclismo. Sono un appassionato di bicicletta ma sentir parlare di doping mi lascia titubante. Io vivo lo sport come qualcosa di puro fatto da ragazzi che, prima ancora d' esser giocatori, sono uomini». "Un incrocio di destini, una strana storia". Possiamo dire che è l'uomo di fiducia di mister Allegri. Che importanza ha avuto la sorte nella sua carriera? «Ci vogliono le competenze ma ci vuole anche la fortuna. "Te che ci fai ancora in ospedale?" mi diceva Allegri all'inizio degli anni Novanta. Ci incontrammo nella Pistoiese. Lui giocatore, io fisioterapista. C'è stata una sintonia a pelle. Bastava un'occhiata tra noi. Prima ancora, quand'ero al Casalguidi, incontrai Aldo Doni in ospedale. S'era rotto una gamba. Mi riconobbe subito, mi aveva visto nei campi da calcio. Mi portò con sè all'Aglianese. Da lì un altro incontro fortunato, quello con Paolo Masi. Fu lui a volermi con gli arancioni di Agostinelli. Il massaggiatore, Mauro Bondi, era da solo per il ritiro. Serviva qualcuno che potesse dargli una mano. La vita è fatta di episodi. Io ho ritrovato Allegri, qualche anno dopo, come allenatore. Mi mandava i suoi giocatori. In me ha sempre avuto una fiducia cieca. E così mi ha voluto nel suo staff anche al Cagliari e poi al Milan». Due momenti di quest'annata magica: uno bello, uno da dimenticare... «"Rino, ti si fa la porta con le ruote" scherzano i ompagni nello spogliatoio. Bè, quando Gattuso ha segnato il suo gol è stata sicuramente una delle più grandi gioie dell'annata. Un evento "storico" che ha influenzato tutta la squadra. I momenti più difficili invece sono quelli degli infortuni. Mi ricordo ad esempio quello di Pato a inizio stagione. Lui poi è un ragazzo emotivo, sensibile. Quando un giocatore ha qualche problema fisico tutto lo spogliatoio ne risente». Non le manca l'accento toscano? «A Milanello, ormai, risuona dappertutto. Si parla il toscanaccio. Allegri è livornese - atipico, perché ci torna poche volte - ma pur sempre livornese. Landucci è di Lucca. Non ci facciamo mai mancare i nostri modi di dire e le conversazioni che, spesso e volentieri, cogliamo al volo soltanto nel trio. Per la vittoria dello scudetto poi abbiamo festeggiato alla maniera toscana. Allegri ha organizzato una festa nel parco del centro sportivo con una griglia gigantesca e s'è fatto mandare le bistecche direttamente da Pistoia, da Osvaldo Nencini. Tutta la squadra, al di là del risultato, ha già proposto di rifarla il prossimo anno».
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