Il Tirreno

Pistoia

Mio padre Gastone il "leone" del Mugello buono e gentile

Luca Giuntini
Gastone Nencini nella veste di pittore
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Gastone Nencini nella veste di pittore

Elisabetta Nencini, figlia del campione di ciclismo racconta il corridore che ha fatto tremare i grandi

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 PISTOIA. Gastone Nencini nasce a Bilancino, nel comune di Barberino del Mugello, il 1º marzo 1930.  i suoi risultati più importanti in carriera sono la vittoria al Giro d'Italia del '57 e al Tour de France del '60. Discesista spericolato, era soprannominato il "Leone del Mugello" per il suo coraggio e la sua tenacia in corsa. I francesi lo soprannominarono invece la "Nuvola gialla".  Passa professionista nel '53 dopo aver corso per cinque anni tra i dilettantismo. Chiude la chiude la carriera ufficialmente nel 1965.  Muore a Firenze il 1º febbraio 1980, all'età di 49 anni.  PISTOIA. Le lacrime arrivano quando meno te lo aspetti. Elisabetta Nencini non si commuove quando ripercorre le vittorie del babbo Gastone al Giro d'Italia del '57 o al Tour de France del '60; non piange quando ricorda la caduta al Tour del '57 o quella ancor più rovinosa sulle Croci di Calenzano nel '61 che di fatto chiuse la carriera da professionista del "Leone" del Mugello.  Elisabetta si commuove ricordando quella "nuvola gialla" che scese sugli Champs-Élysées appena un anno fa: «Per celebrare i cinquant'anni dalla vittoria di mio padre al Tour de France gli organizzatori ci invitarono alla tappa conclusiva - ricorda -. Per l'occasione tutti i ragazzi della scuola di ciclismo "Gastone Nencini" indossavano una maglietta gialla con il leone in bella mostra sul petto. Fu un'esperienza straordinaria, commovente: vedere quella "nuvola gialla" scendere di nuovo tra noi e l'affetto che tutti dimostravano per mio padre, nonostante fosse passato mezzo secolo dalla sua vittoria al Tour, mi lasciò senza fiato».  Senza fiato. Era proprio così che Gastone Nencini lasciava i suo avversari mentre scattava sulle salite più dure o andava giù in picchiata sulle discese più pericolose. Quando il leone del Mugello stava bene non ce n'era per nessuno: che si chiamasse Fausto Coppi, Fiorenzo Magni o Jacques Anquetil. Tutti dietro, inermi di fronte alla forza e alla tenacia che quel ragazzo dal fisico atletico sapeva sprigionare spingendo sui pedali.  «Da dove tirasse fuori quella forza disumana non me lo so spiegare - afferma Elisabetta -. Per quello i tifosi mugellani lo chiamarono il "leone". Aveva un carisma incredibile e comunicava un senso di imponenza nonostante fosse alto 1 metro e 80. Aveva un carattere forte, passionale, ma al tempo stesso era equilibrato. All'apice della sua carriera aveva tutto: bellezza, successo, donne. Eppure le cose importanti per lui erano altre. Non si vantava delle vittorie ottenute, quasi si schermiva di fronte ai complimenti degli appassionati e persino in casa non si parlava quasi mai di ciclismo».  Nel salotto di casa Nencini a Firenze non c'erano né coppe sulle mensole né foto d'epoca appese alle pareti: «L'unico trofeo che avevamo "esposto" era una coppa usata come ferma porta - ricorda Elisabetta -. Mio padre teneva tutti i trofei e le foto in cantina, chiuse in una scatola per liquori, sopra il frigorifero. Anche di maglie storiche con le quali ha corso ne abbiamo poche: la maggior parte le regalava. Non mi so spiegare fino in fondo perché si comportasse così: certo era un uomo che non aveva bisogno di circondarsi di trofei per dimostrare di essere qualcuno».  Gastone Nencini preferiva far parlare la strada, forte della convinzione che solo attraverso l'impegno e il sudore potessero arrivare grandi risultati: «Quando era ragazzo scavava la rena dal fondo del fiume Sieve per racimolare i soldi e comprarsi una bicicletta - ricorda Elisabetta -. Mio nonno Attilio non si capacitava di quella sua fissa per il ciclismo: "Chi pensi di essere? Fausto Coppi o Gino Bartali? - si rivolgeva a mio padre -. Come loro ne nasce uno ogni cento anni. Figuriamoci se sei te". Eppure mio padre non demorde: lavora duro, si compra una bici usata e per nasconderla agli occhi di suo padre Attilio la parcheggia a casa di un amico. Da dilettante comincia a vincere le prime gare. Mio nonno Attilio non si accorge di nulla ma poi, nonostante mio padre continuasse a negare anche l'evidenza, si mise l'animo in pace».  La carriera professionistica di Gastone Nencini comincia nel '53 con la maglia della Legnano. Nel 1955 arriva la seconda partecipazione al Giro d'Italia ed è subito una rivelazione: a due giorni dal termine della corsa Nencini è in maglia rosa. Durante la tappa Trento-San Pellegrino Terme però fora lungo una strada in ghiaia. Fiorenzo Magni e Fausto Coppi non guardano in faccia nessuno, figurarsi quel giovane venuto dal nulla che aveva già vinto due tappe e che da cinque giorni indossava la maglia di leader della corsa. Magni e Coppi si coalizzano, lo staccano sull'ascesa del San Pellegrino e lo mettono fuori gioco: Coppi vince la tappa, Magni conquista la maglia rosa e di fatto il Giro, a Nencini non resta altro che il terzo posto in classifica generale, la maglia di miglior scalatore della corsa e la palma di vincitore morale.  La vendetta Nencini la serve due anni dopo, vincendo il Giro del 1957. Memore della lezione di Coppi e Magni sul San Pellegrino due anni prima, questa volta è Nencini a non guardare in faccia nessuno: alla partenza della 18º tappa Como-Monte Bondone Nencini è secondo in classifica generale dietro a Charly Gaul. Quando il lussemburghese si ferma a fare pipì, Nencini sferra l'attacco, stacca tutti gli inseguitori sulla discesa del Sempione e conquista la maglia rosa che conserva con 19 secondi di vantaggio fino a Milano.  Nencini è in palla e quell'anno oltre al Giro corre anche il Tour de France, vincendo due tappe, la seconda in maniera storica: durante la 17º tappa cade rovinosamente procurandosi una profonda ferita al gomito. Si capisce subito che l'infortunio è serio: Nencini trascorre la notte insonne, con la febbre altissima. La mattina dopo lo attende un tappone pirenaico con l'ascesa del Tourmalet. Tutti sono convinti che Nencini non partirà, invece il leone del Mugello non solo si presenta all'arrivo, ma batte tutti, compreso quel Jacques Anquetil che sta dominando il Tour.  «Anni dopo mi raccontò come andò veramente - ricorda la figlia Elisabetta -. Il gruppo stava allungandosi e lui era ultimo. Ad un certo punto vide un uomo in mezzo a una roccia che lo incitava e gli offriva dell'acqua. Mio padre non sapeva il suo nome né da dove venisse, ma mi raccontò che fu grazie a lui se riuscì a recuperare le forze, riavvicinarsi al gruppo e staccare tutti vincendo la tappa».  Tre anni dopo, 1960, altro anno di grazia per Gastone Nencini: l'accoppiata Giro-Tour gli sfugge per 28 secondi, tanto quanto il distacco dal francese Anquetil, maglia rosa finale a Milano. Ma Nencini si rifà un mese dopo vincendo un Tour de France che passa alla storia per due eventi: la morte di Roger Rivière, suo rivale alla vittoria finale, che precipita in un dirupo nel tentativo di raggiungere in discesa Nencini; le congratulazioni del Presidente della repubblica Charles De Gaulle che ferma la 20º tappa per rendere omaggio al leone del Mugello: «Gastone Nencini, fiorentino - disse De Gaulle stringendogli la mano - Parigi è ormai vostra. Lei vince il Tour perché lo ha combattuto ogni giorno. Buona fortuna per l'avvenire».  «I francesi lo considerano tutt'oggi il più grande discesista di tutti i tempi - ricorda Elisabetta - riconoscendogli non solo il valore atletico ma anche quello umano. Lo soprannominarono la "nuvola gialla". Gli italiani al contrario l'hanno sempre snobbato un po'».  Dopo quella vittoria al Tour Nencini continuerà a correre per altri cinque anni, ma di fatto la carriera da professionista si chiude già l'anno dopo: è il 1961 quando cade rovinosamente su Le Croci di Calenzano, riportando una profonda ferita alla testa e la frattura di alcune vertebre. «Quell'incidente lo costrinse a un lungo periodo di inattività - ricorda Elisabetta - e capì che non sarebbe mai più tornato il Gastone Nencini di prima. Molti gli rimproverano di non aver fatto una vita da atleta, ma non è vero. Mio padre si è sempre impegnato tantissimo per raggiungere i propri traguardi. Ha insegnato a me e ai miei fratelli ad essere umili, veri e che ci sono cose più importanti dei trofei e delle coppe. Con il suo comportamento è stato una guida per tutti noi. Siamo orgogliosi di averlo avuto come padre. Non dimenticherò quel suo sorriso gentile».

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