Il Tirreno

Pistoia

Guccini: la montagna sta attraversando una "mala stagione"

Francesco Guccini nel suo ultimo concerto a Pistoia
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Francesco Guccini nel suo ultimo concerto a Pistoia

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PISTOIA. Un Francesco Guccini affabile, grande amico di Pistoia e della montagna, ha tenuto banco, sabato scorso, nel salone affrescato di san Domenico, all'incontro su "La montagna, le sue store, le sue parole", promosso dall'istituto di storia locale della "Fondazione banche di Pistoia e Vignole per la cultura e lo sport". Il cantante scrittore parla di Pistoia e soprattutto di Pavana, il suo buen retiro. «Qui a Pistoia mi basta passeggiare sulla Sala, che mi sento circondato da affetto». «E poi c'è sempre la Pistoiese... Quanto a Pavana ed alla montagna, ecco che abbandonare la pianura, Modena e Bologna e risalire il fiume per me vuol dire tornare alle origini». Rievoca quindi l'infanzia, narrando sul filo della memoria che non si strappa. «Quando son nato io, a Modena, mio padre era in guerra. E mia madre - rivela Guccini - anzichè a Carpi, dove era nata, mi portò a Pavana, nella casa dei nonni, dove c'era un mulino, una casa enorme con tanti parenti e tanta gente a macinare. Finita la guerra, finalmente conobbi mio padre, già prigioniero in Germania, reduce dalla "vacanza", ma venne anche l'ora di tornare a Modena. Una volta in città, in un grande palazzo rimasi sorpreso dal condominio: "Son tutti parenti?", chiesi».  «Camminavo in città con degli scarponi chiodati, un rumore quasi nacchere: mi salvava una certa robustezza fisica. Solo che la mia "s", era diversa, per cui mi furono imposte paginate di "Sassi di Sassuolo". Meno male che per Natale a Pasqua si facevano le vacanze a Pavana... Certo, mi resta la grande esperienza di Bologna, dell'università e delle osterie, ma ormai sono dieci anni che vivo a Pavana dove è tutta un'altra cosa. Ricordo che, molto tempo fa, tornato dalla città, mi chiedevano di raccontare i film che supponevano avessi visto: allora i film me li inventavo. Mi era facile perchè leggevo di tutto. Ed ho scoperto che con la lettura si può diventare scrittori. Lo scrittore è come il maiale: se lo tratti bene rende molto, di me scrittore non so che salame na sia uscito. Così ho scritto non solo "Croniche epafaniche", "Vacca d'un cane" e "Cittanova blues", ma ho pure tradotto in pavanese alcune commedie di Plauto. Anche perchè io sono bilingue: so il modenese e il pavanese. Com'è il pavanese? Una lingua emiliana con base toscana ed una lingua toscana con base emiliana».  E Malastagione? «E' l'ultimo libro, come altri scritto in coppia con Loriamo Machiavelli. L'idea di partenza è stata mia, ma lo svolgimento è merito di Loriano, un giallista di Vergato, sulla media valle del Reno. Anche Loriano conosce bene i luoghi del romanzo. Come Marco Ghelardini, detto Poiana, il protagonista, che nei boschi c'è nato». Il discorso scivola sulla montagna ed è un grido d'allarme. «Bisognerebbe restaurare più che costruire, la montagna sta crollando; d'inverno a Sambuca non c'è più nessuno. Questa parte dell'Appennino attraversa una mala stagione. Spero almeno che la nostra "Malastagione" le porti bene».

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