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Ebrei in fuga dai nazisti trovarono rifugio in casa di Giuseppe Guidotti, sulle colline di Buriano
«Così salvammo quella famiglia»
Marta Quilici
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Morello Guidotti e la zia, Giulia Giudotti Marito, moglie e due bambine per un anno nascosti nel granaio
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QUARRATA. «Un giorno mio padre ci chiamò tutti - eravamo in undici in casa - e ci disse che avremo nascosto una famiglia di ebrei. Ci disse che era una cosa segreta e che non dovevamo farne parola neppure con gli amici. Stettero più di un anno rinchiusi in una stanza al secondo piano, nel granaio». Morello Guidotti adesso è un energico signore di 80 anni, ha vissuto una vita come tappezziere. Quel lontano 1943, quando la sua famiglia salvò la vita a un'intera famiglia di ebrei, era poco più che un bambino, ma il ricordo di quei giorni è ancora vivo nella sua memoria. Con lui a raccontare la storia di coraggio e solidarietà della famiglia Guidotti di Buriano, c'è anche la signora Giulia, del 1920, zia di Morello. «Vivevamo tutti insieme in una grande casa a Buriano - racconta la signora Giulia - Eravamo contadini. Il capofamiglia era il padre di Morello, Giuseppe, il più grande di tre fratelli. Io ero sposata con uno degli altri due, Aliberto, e mia sorella con l'altro, Quinto. Nel 1943 avevo già il mio primognito ed ero incinta del secondo, che nacque nel '44. Poi venne anche il terzo, nel '46, ma lui la guerra non la vide». Per oltre un anno, Giorgio, Lilli e le loro due bambine, Inghe di 13 anni e Daisy di 7, vissero nella loro casa. «All'inizio c'era anche la nonna - spiega Morello - ma poi lei se ne andò. Stettero più di un anno con noi. Erano ebrei di Zagabria. In un primo momento si trasferirono a Firenze e poi qui a Quarrata, dove mi sembra che lavorassero per il Lenzi. Ma non erano al sicuro. Mio padre un giorno ce li presentò, senza dare tante spiegazioni, e ci disse che sarebbero stati con noi. Stavano in una stanza al secondo piano, dove ci mettevamo il grano o l'uva per il vinsanto. Era sempre buia perchè era rischioso persino aprire la finestra. Giorgio, il padre, non stava bene, e a volte mi chiedeva di fargli prendere un po' d'aria. Io ero il più grande tra i bambini, così, di notte, a volte, lo accompagnao fuori, assicurandomi che non ci vedesse nessuno». «Io - racconta Giulia - gli portavo da mangiare: di solito erano focaccine di grano». La parola d'ordine in casa era "silenzio": nessuno doveva sapere che la famiglia Guidotti nascondeva degli ebrei. Ma le voci giravano e sul finire della guerra la famiglia se ne dovette andare: «Mio padre li caricò sul barroccio - racconta Morello - Era inverno e li portò da un'altra famiglia, nel bosco. Poi iniziarono i rastrellamenti. I tedeschi in fuga cercavano gli uomini. Vennero anche a casa nostra. Io e mio cugino eravamo a letto e per fortuna ci lasciarono stare. Mio padre aveva già i capelli bianchi e anche lui fu lasciato in pace. I suoi due fratelli riuscirono a nascondersi». Adesso Daisy e Inghe vivono negli Usa, ma sono tornate più volte a Quarrata a salutare i loro salvatori. Anche Morello ha continuato a ricordare, scrivendo poesie e andando a visitare il campo di Mathausen.
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