Il presidio
«Carcere, solitudine e abbandono»
Tiziana Gori
Ex detenuto denuncia le condizioni di vita in Santa Caterina in Brana
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PISTOIA. Tre detenuti in una cella che può ospitarne uno. I cattivi odori, la difficoltà di convivere con sconosciuti che magari parlano una lingua diversa, i manganelli che sbattono sui ferri per controllare che non siano stati tagliati. Tre volte al giorno, a volte svegliandoti. Troppe persone concentrate in uno spazio che potrebbe ospitarne poco più della metà, troppi pochi agenti a sorvegliarle. Anche loro stressati, spesso sull'orlo di una crisi di nervi. I cinque anni di Carlo Casura nel carcere di Santa Caterina in Brana sono marchiati a fuoco nella mente. Lui sa di avere meritato la pena, quello che non riesce tuttora a capire è la solitudine in cui vengono lasciati i carcerati. Solo nella detenzione, soli soprattutto dopo, quando sono chiamati a rifarsi una vita. «Sono uscito con due sacchi di "monnezza" in mano. Non avevo una casa, non avevo più una famiglia. Ho vissuto per un mese per strada, dormendo alla stazione, sulle panchine dei giardini. Dove capitava. Dopo un mese mi sono sparato un grammo di eroina in vena. Era così tanto tempo che non mi facevo, è bastato un grammo per farmi andare in overdose». Una disperata richiesta d'aiuto, che a quel punto non poteva più essere ignorata. «M'imbottivano di medicine, mentre volevo solo parlare con qualcuno». E la solitudine è rimasta, ma si è aperto uno spiraglio. «Un assistente sociale del Sert è riuscito a farmi entrare in una coop sociale: 250 euro al mese per pulire i giardini. Con le 250 euro di pensione di invalidità arrivavo a 500, ma dovevo pagarne 250 di affitto». Era il 2005 e da allora Carlo Casura afferma di aver saldato il suo debito con la droga. «Adesso, grazie alla cooperativa sociale Gulliver lavoro quattro ore al giorno. Mi occupo dei bagni comunali. Trecento euro al mese più la pensione, e sempre quell'affitto da pagare. Da sei anni sono in lista per la casa d'emergenza». Qualche giorno fa ha saputo di Simone, il 35enne che si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella. Lo conosceva, anche se non erano stati in carcere insieme. «Io - racconta - sono uscito nel 2005 grazie all'indulto. Lui c'è entrato dopo. Sapevo dei problemi che aveva con la droga». La sua morte ha acceso la rabbia. «Conosco persone che entrano ed escono dal carcere, mi dicono che le cose non sono cambiate. Anzi, se possibile, sono peggiorate». Casura ricorda quelle celle. «Al primo piano una ventina, ognuna dovrebbe ospitare un solo detenuto. Ce ne sono tre, in uno spazio di tre metri per tre metri e mezzo. Sopra un'altra decine di celle, più grandi. Dovrebbero ospitarne tre, ce ne sono nove». Tre letti a castello in ferro rosa, un televisore, un piccolo bagno e un angolo cottura. Un tran tran quotidiano che si ripete ogni giorno con le solite modalità, ma non in condizioni minimamente dignitose, nemmeno per persone che hanno da saldare un debito con la società. Due ore d'aria, e la possibilità di accedere per un'ora al giorno, su richiesta, alla sala computer o di fare bricolage, non bastavano a compensare il vuoto, il senso di solitudine. La certezza che quella non sia rieducazione. «Mi ha salvato - dice Casura - una guardia, un assistente capo che, forse vedendo la mia depressione, è riuscito dopo un anno a farmi ottenere un lavoro in magazzino». Le condizioni di vita, per Casura, sardo oggi 47enne, e lunghi anni di lavoro nelle raffinerie petrolifere come metalmeccanico prima dell'ingresso nel tunnel, sono lentamente migliorate. Nel 2005 l'uscita, con un mese di anticipo, grazie all'indulto. E un mondo contro cui scontrarsi senza avere «aiuti, indicazioni, solidarietà da qualcuno». Ricorda quei due sacchi con le poche cose strette nelle mani, il senso di smarrimento fuori dal carcere. Un nuovo grande oblio prima di una lenta risalita che non tutti gli ex carcerati riescono a compiere.
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