Il Tirreno

Pistoia

Vivere in attesa di una telefonata

Marta Quilici   Alessandro Benigni
Teresa Palermo
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Teresa Palermo

«Cambio scuola ogni anno, non vedo mai i frutti che ho seminato»

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PISTOIA. «Mio figlio in una mano, la valigia nell'altra: da Benevento sono arrivata a Gaggio Montano per insegnare. Sette anni fa. Da allora ogni anno cambio scuola. Non raccolgo mai i frutti di ciò che semino perché ogni anno cambio classe e bambini. A volte sono anche su due scuole diverse: l'anno scorso per 12 ore ero a Cireglio e per altre 12 a Pontenuovo». La storia di Rossana Camuso, 38 anni, insegnante delle scuole dell'infanzia e primarie, non è molto diversa da quella di tanti altri giovani insegnanti precari che ieri mattina hanno partecipato all'assemblea della Cgil scuola. Molti sono laureati, hanno specializzazioni e abilitazioni, ma il loro futuro ogni anno si ferma al 30 giugno. Questa è la data di conclusione degli incarichi annuali affidati dal provveditorato ai giovani precari.  «E così l'entusiasmo crolla a picco - spiega Rossana - L'estate è attraversata da un'ansia costante, in attesa delle prossima convocazione. All'inizio ero contenta di questo lavoro, avevo molte aspettative e progetti, ma cambiando classe ogni anno, cambiando i bambini, non c'è neppure la possibilità di portare avanti un percorso o promuovere un'idea».  Rossana se n'è andata da Benevento 8 anni fa: «In Campania, nel 2000, ho vinto il concorso di abilitazione all'insegnamento; in graduatoria però ero lo stesso al posto 24mila e qualcosa. Decisi di andare via. Ero separata, mio figlio aveva 5 anni e volevo lavorare. Nel 2002 arrivai in treno a Pistoia per l'incarico di un anno a Gaggio Montano, coi bambini di 4 anni. Allora ero 300esima in graduatoria. Adesso sono 93esima, ma le cose vanno peggio. Quest'anno sono ancora su due scuole: in una faccio 23 ore e in un'altra soltanto una. Siamo nella condizione di accettare di tutto pur di lavorare».  Teresa Palermo, invece, è insegnante di sostegno alle superiori: 37 anni, laureata in lingue, ha l'abilitazione sia per i tedesco che per il sostegno. «Quest'anno il 6 settembre mi hanno affidato un incarico all'Einaudi. In 18 ore dovrò seguire 8 ragazzi: troppi. Starò un paio di ore a settimana con ognuno, mentre molti avrebbero bisogno di almeno 8 ore a testa. Il paradosso è che noi non sostituiamo titolari di cattedra in malattia o maternità, ma andiamo proprio ad occupare cattedre vacanti che dovrebbero essere di professori di ruolo».  Pensare a farsi una casa e lasciare quella dei genitori, mettere su famiglia è un pensiero che si protrae in un futuro molto lontano. «Chi me lo apre un mutuo a me? È impensabile al momento - afferma Giandomenico Lotito, 27 anni - progettare di andare via di casa ed essere indipendenti. Io sono un precario di "ultima generazione". Mi sono laureato l'anno scorso in matematica, ma sono capitato proprio nel periodo in cui la Ssis (Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario) non c'è più, ma non è stata sostituita ancora da nient'altro: non ho nessuna abilitazione e non so neppure come fare ad averla. Nonostante questo, l'anno scorso ho fatto qualche sostituzione: 15 giorni all'istituto agrario e un mese all'alberghiero. Poi basta».  Anna Ciervo, invece, non è una precaria, ma un'insegnate di ruolo della scuola per l'infanzia di Catena di Quarrata. «Vedo molti cambiamenti nella scuola - spiega - a causa dei tagli: l'idea di ridurre il personale, oltre a creare meno posti di lavoro, crea anche danni alla didattica. L'abolizione dell'ora di compresenza, ad esempio, fa sì che l'alunno che ha più difficoltà venga trascurato e chi è più bravo venga mortificato, non essendoci il tempo e lo spazio per incoraggiarlo. Lo stesso avviene per il sostegno all'handicap o il supporto ai bambini stranieri».  Tamara Bruni è una lottatrice nata e nonostante ben sedici anni di precariato, tra le file del personale Ata, non vuole arrendersi. «Sto portando avanti una vertenza contro il Comune - afferma - perché è da troppo tempo che vivo in attesa di una telefonata, a volte lavorando solo due giorni al mese, ovviamente senza contratto e con un affitto da pagare. Sono da due anni in terza fascia ma ad oggi non mi hanno ancora chiamato e sono disperata. Sono pronta anche a fare lo sciopero della fame, se necessario».  Miriam Jutzeler viene dalla Svizzera e da circa venti anni si trova in Italia, dove purtroppo non ha trovato ciò che sperava. «Qui ho fatto l'università, tra Firenze e Milano - spiega - ed ho preso l'abilitazione per insegnamento dell'inglese e del tedesco. Da dieci anni ingrosso le file del precariato, anche perché nelle graduatorie non mi vengono riconosciuti i tre anni d'insegnamento della lingua che ho svolto nel mio paese natale e nemmeno i corsi che tengo per conto del Comune da molti anni». Ed adesso anche lei rischia di rimanere ferma. «Sono ottava in griglia - dice - a fronte però di sole tre cattedre disponibili. E' una situazione insostenibile».

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