L’antropologo sarà uno dei protagonisti del festival “Dialoghi” con il tema “Dalla tribù ad Internet»
Attenzione, di purezza si muore
Marta Quilici
Marco Aime ha presentato agli studenti il suo libro "La macchia della razza"
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PISTOIA. «L'Italia della pizza e degli spaghetti? La pizza ha origini arabe, gli spaghetti sono cinesi. Condiamo entrambi con il pomodoro che, invece, viene dall'America». Crollano così due dei simboli più conosciuti e popolari dell'identità nazionale italiana e con loro la concezione di una cultura rigida che ha paura delle contaminazioni e rifiuta il confronto. La provocazione è dell'antropologo Marco Aime che sabato mattina al teatro Mauro Bolognini ha incontrato gli studenti delle scuole superiori di Pistoia, in un'anteprima del festival "Dialoghi sull'Uomo" che si terrà in città dal 28 al 30 maggio. Un incontro molto partecipato, come è ormai consuetudine, dai giovani pistoiesi. Come la pasta e la pizza non hanno radici italiane, anche il kilt non ha origini scozzesi, essendo stato creato, non prima di un secolo e mezzo fa, con stoffa belga e su un modello irlandese. È così che, nel percorso proposto da Aime, si scopre passo dopo passo come in realtà la cultura e l'identità di un popolo, di un paese, ma anche del singolo, siano in realtà concetti fluidi e non statici, creati nel tempo attraverso cambiamenti, adattamenti, contaminazioni, ancora in divenire. Marco Aime sarà uno dei protagonisti del festival di "Dialoghi sull'Uomo": venerdì 28, alle 19, terrà un incontro dal titolo "Dalla tribù a Internet. L'antropologia oggi". Per i ragazzi delle scuole, sabato mattina ha invece presentato uno dei suoi ultimi libri "La macchia della razza", una lettera aperta a un bambino rom, scritta durante il periodo in cui in Italia era nata la proposta di prendere a tutti i rom le impronte digitali. «Una macchia di inchiostro - spiega Aime - sul dito del bambino rom, ma anche una macchia culturale del razzismo. Viviamo in un paese in cui sono presenti molte derive razziste, sia sul piano istituzionale che emotivo. Quando sentiamo dire da un ministro della Repubblica che certe etnie hanno la propensione a delinquere, bene, questo è razzismo! Dopo la tragedia del nazismo e della shoah, il razzismo è rientrato dalla finestra, con un po' di cosmesi: non si parla più di razza, ma si parla di "cultura" o di "identità" in un'accezione rigida e con riferimenti etnici. Basti pensare allo "scontro di civiltà", tanto nominato dopo l'11 settembre. Di quali civiltà si sta parlando? Quella occidentale, quella cinese, quella araba-musulmana? Ebbene, tutte queste civiltà sono al loro interno divise ed eterogenee». La civiltà è intesa dunque meramente come legame territoriale. «Stiamo riducendo gli esseri umani a prodotti "d.o.p.", come l'olio o il vino: in un certo territorio vengono meglio che in un altro, in una certa area hanno alcune caratteristiche, in un'altra ne hanno altre. Ovviamente non è così, ma nel mondo moderno, mentre le cose e gli oggetti si globalizzano, gli uomini si "tribalizzano". Descrivendo la civiltà secondo confini territoriali, ammettendo un'equivalenza tra cultura e luogo di nascita, non si fa che descrivere l'individuo come un monolite che non viene mai scalfito da ciò che accade intorno a lui: questa idea di cultura è esattamente quella dei nazisti o delle leggi razziali fasciste in cui si diceva, ad esempio, che nonostante l'Italia fosse stata più volte nella storia invasa o attraversata da altri popoli, in realtà la razza italiana era rimasta pura e non era stata contaminata». In realtà la cultura è un processo in continuo divenire, spiega Aime. «L'uomo è un animale senza specializzazioni - sostiene l'antropologo -: non ha pelliccia, né zanne, né ali, né pinne. È però quello che più di ogni altro riesce a vivere a ogni latitudine, dal freddo dei poli al caldo dell'equatore. La sua capacità di adattamento è data proprio dalla cultura che gli ha permesso e gli permette di cambiare a seconda delle esigenze: è un processo di continuo cambiamento, e non ha tregua. Senza "contaminazioni" non avremmo il cotone, né il caffè, né il tè, né le monete, nate in Numidia, nè carta nata in Cina, né i numeri, arabi. Non avremmo neppure la nostra pizza, né la nostra pasta e gli scozzesi non avrebbero il loro kilt. La cultura è un processo fluido. In questo senso la purezza è impossibile da cercare. Di purezza si muore».
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