Scamarcio testimone in tribunale nel processo per calunnia
Dopo essere diventato l'idolo delle adolescenti con il film cult "Tre metri sopra il cielo", il bad guy del cinema italiano dovrà vestire i panni del testimone in un'aula di giustizia.
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PISTOIA. Dopo essere diventato l'idolo delle adolescenti con il film cult "Tre metri sopra il cielo", il bad guy del cinema italiano dovrà vestire i panni del testimone in un'aula di giustizia.
Ma non da attore, bensì nella realtà, visto che Riccardo Scamarcio, il prossimo 5 novembre, sarà chiamato a deporre davanti al giudice di Pistoia in un processo che vede accusati di calunnia gli ex gestori di una discoteca pistoiese. Calunnia di cui lo stesso sex symbol di casa nostra fu vittima, assieme al proprio agente, nel 2007: i due si ritrovarono accusati di ricettazione quando tentarono di incassare in banca gli assegni avuti come compenso per una serata nel locale notturno.
E' facilmente prevedibile che in occasione della testimonianza non basterà, come di solito, la presenza di un solitario carabiniere preposto a garantire l'ordine in aula. Sarà verosimilmente necessario un nutrito schieramento di forze dell'ordine in vista del probabile assalto da parte di fan desiderosi di incontrare il loro beniamino.
Il processo davanti al giudice monocratico del tribunale vede come imputati padre e figlio, Giuseppe e Luca Artino, 46 e 22 anni, entrambi di Lamporecchio. Di Lamporecchio anche la discoteca di cui erano gestori all'epoca del fatto, "La Taverna". La sera del 31 marzo 2007, Riccardo Scamarcio fu ingaggiato per una serata nel locale: centinaia i giovani richiamati dalla sua presenza. L'attore, naturalmente, ricevette un compenso. Quando però, una volta tornato a Roma, si presentò in banca per incassare un assegno di 2.000 euro, gli fu contestato che il titolo era segnalato come rubato. Per Scamarcio scattò l'accusa di ricettazione.
Stesso destino per il suo procuratore Walter Lo Russo per un assegno di 2.500 euro. Padre e figlio, infatti, avevano denunciato il furto dei quattro assegni (per complessivi 10.000 euro) compilati quella sera. Secondo il pm, che aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio, dichiarando consapevolmente il falso (il primo alla procura il 3 aprile 2007 e il secondo ai carabinieri il 5 maggio successivo). Per questo i due sono finiti sotto processo per calunnia, per aver fatto accusare di un reato due persone che sapevano essere innocenti.
Ma non da attore, bensì nella realtà, visto che Riccardo Scamarcio, il prossimo 5 novembre, sarà chiamato a deporre davanti al giudice di Pistoia in un processo che vede accusati di calunnia gli ex gestori di una discoteca pistoiese. Calunnia di cui lo stesso sex symbol di casa nostra fu vittima, assieme al proprio agente, nel 2007: i due si ritrovarono accusati di ricettazione quando tentarono di incassare in banca gli assegni avuti come compenso per una serata nel locale notturno.
E' facilmente prevedibile che in occasione della testimonianza non basterà, come di solito, la presenza di un solitario carabiniere preposto a garantire l'ordine in aula. Sarà verosimilmente necessario un nutrito schieramento di forze dell'ordine in vista del probabile assalto da parte di fan desiderosi di incontrare il loro beniamino.
Il processo davanti al giudice monocratico del tribunale vede come imputati padre e figlio, Giuseppe e Luca Artino, 46 e 22 anni, entrambi di Lamporecchio. Di Lamporecchio anche la discoteca di cui erano gestori all'epoca del fatto, "La Taverna". La sera del 31 marzo 2007, Riccardo Scamarcio fu ingaggiato per una serata nel locale: centinaia i giovani richiamati dalla sua presenza. L'attore, naturalmente, ricevette un compenso. Quando però, una volta tornato a Roma, si presentò in banca per incassare un assegno di 2.000 euro, gli fu contestato che il titolo era segnalato come rubato. Per Scamarcio scattò l'accusa di ricettazione.
Stesso destino per il suo procuratore Walter Lo Russo per un assegno di 2.500 euro. Padre e figlio, infatti, avevano denunciato il furto dei quattro assegni (per complessivi 10.000 euro) compilati quella sera. Secondo il pm, che aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio, dichiarando consapevolmente il falso (il primo alla procura il 3 aprile 2007 e il secondo ai carabinieri il 5 maggio successivo). Per questo i due sono finiti sotto processo per calunnia, per aver fatto accusare di un reato due persone che sapevano essere innocenti.
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