Il presidio
Davanti al gup del tribunale il tragico infortunio sul lavoro dello scorso agosto
Operaio morì travolto in un crollo a giudizio il nipote imprenditore
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La rimozione della salma delloperaio 2 MINUTI DI LETTURA
CASALGUIDI. Avrebbe dovuto essere il suo primo giorno di ferie. E a quell'ora avrebbe dovuto essere già in viaggio per il mare della Calabria, la sua terra d'origine. Francesco Lanciano però, insieme al nipote Antonio Cosentino, aveva deciso di lavorare ancora una mattina. C'era da disarmare il muro in cemento armato che avevano innalzato nel cantiere di via Catavoli, dove stavano costruendo una nuova palazzina. Ma quel muro grigio era diventato la sua bara: era rimasto travolto dal crollo del terrapieno alle sue spalle. Era la mattina del 9 agosto scorso. Per Francesco Lanciano, calabrese di Catanzaro e residente a Firenze, 45 anni, padre di tre figli, non ci fu niente da fare. Ieri mattina, il nipote Antonio Cosentino, 26 anni, nato a Locri e residente a Firenze, è comparso davanti al gup del tribunale di Pistoia, in veste di socio della ditta edile Fiedil srl di Firenze, che aveva l'appalto dei lavori in via Catavoli. Omicidio colposo l'accusa che il pm gli ha contestato, ritenendolo responsabile della tragedia per non aver messo in sicurezza il luogo di lavoro. Il giudice dell'udienza preliminare, accogliendo la richiesta della procura, lo ha rinviato a giudizio. Comparirà davanti al giudice monocratico il prossimo 6 luglio. Anche il giovane rimase coinvolto nel tragico incidente, sepolto fino all'altezza del bacino dallo smottamento. Quando i vigili del fuoco, insieme al personale della Misericordia, l'avevano estratto era sotto choc, ma cosciente. E aveva solo qualche escoriazione agli arti inferiori. Il materiale crollato aveva formato una sorta di pertugio in cui era rimasto prigioniero ma senza essere schiacciato. Lo zio invece era stato colpito in pieno dalla frana, improvvisa, violenta, che non solo l'aveva sepolto ma, prima, l'aveva sbattuto contro il muro e contro i paletti che stava disarmando. Per estrarlo da quell'ammasso di terra e pietre i pompieri di Pistoia, con una squadra speciale proveniente da Prato, avevano impiegato un'ora. Ma prima ci erano volute altre tre ore di lavoro per mettere in sicurezza lo scavo, a causa del pericolo che il terreno franasse di nuovo. I due si trovavano all'interno di un fossato profondo oltre tre metri e largo un metro e mezzo: da una parte avevano il muro in cemento armato da cui stavano togliendo l'armatura, dall'altro il terreno puntellato da una serie di tavole, che avevano ceduto d'improvviso.
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