ritratti
Da Pistoia all'Africa per amore dei bambini
Luciano De Majo
Per piglio e determinazione è un amministratore delegato. Di un’impresa tutta particolare. E forse proprio per questo più vera. Elena Melani, pistoiese doc, 33 anni, è in realtà l’amministratore delegato della speranza. Due lauree, in lettere e in psicologia, e una vita che non si può raccontare se non la si vive
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PISTOIA. Perché lei ha lasciato al di qua del Mediterraneo, nel cuore della Toscana, il suo passato e il suo stile da occidentale per abbracciare un altro grande cuore: quello dell'Africa.
Il cuore in Africa. Non lascia niente alla retorica, Elena. E davanti alla domanda sul «chi te l'ha fatto fare», si limita a rispondere: «Se non vai in Africa, puoi anche pensare di aver visto tutto, ma in realtà ti manca qualcosa».
L'Africa di Elena Melani (nella foto sotto con i bambini) non è quella degli strateghi dell'alta finanza. Un mese e mezzo vissuto in Madagascar, poi il ritorno in Italia e una telefonata dal Benin. Ora la sua casa è lì, fra i piccoli che insieme alle suore salesiane cerca di strappare alla tratta.
Il progetto salesiano. Laggiù, in quella sorta di "fungo" di terra stretto fra Togo, Nigeria e Burkina Faso, uno dei pochi paesi di quell'area dove comunque ci sono libere elezioni e la democrazia è ormai un fatto compiuto, la battaglia per fermare l'esportazione di bambini passa per la speranza di una loro emancipazione prima di tutto economica. E il progetto di cui le suore salesiane sono protagoniste mette al centro la lotta allo sfruttamento dei minori. «In Benin un bambino costa dai 15 ai 20 euro», dice Elena, che ha trovato in suor Maria Antonietta Marchese, responsabile del progetto, una presenza vulcanica più che dinamica. «Anto, come la chiamo io, è una persona straordinaria», aggiunge la giovane pistoiese. Ma lei non è da meno, visto che si dedica ai più piccoli praticamente 24 ore al giorno, fra attività scolastiche, lavorative e di assistenza di vario genere.
Vidomegon. E' difficile comprendere, con gli occhi e con il modo di ragionare di un occidentale, quello che succede in Benin. Eppure basta girare per le strade di Cotonou, la capitale economica del paese (oltre 800mila abitanti, di gran lunga la città più popolosa), per imbattersi in una realtà che per la popolazione locale non ha niente di straordinario. Eppure ci sono, secondo statistiche come al solito assai prudenti e quasi ottimistiche, circa 500mila ragazzi dai 6 ai 14 anni che lavorano senza interruzione, senza diritti, senza la possibilità di conoscere l'infanzia. «Una volta in Benin esisteva una pratica - racconta Elena Melani - chiamata "vidomegon", che significa bambino in lingua fon. Secondo questa tradizione, era possibile affidare i piccoli a famiglie che vivevano in condizioni migliori di quelle nella quale erano nati. In cambio, i genitori avrebbero ottenuto per i propri figli un'educazione altrimenti impossibile».
Regna il traffico. Oggi il "vidomegon" è diventato un'altra cosa. Le spinte solidali si sono trasformate in situazioni assai differenti e in Benin c'è la corsa ad accaparrarsi bambini e bambine. «Soprattutto le ragazzine sono ambite -prosegue il racconto di Elena -perché sono particolarmente docili e sono in grado di fare lavori domestici, ma anche le venditrici». I maschi, invece, trovano facile collocazione facendo lavori di fatica in veste di apprendisti, portando sacchi di cemento nei cantieri aperti in diversi centri del paese. C'è bisogno di tutto, per i piccoli del Benin. Elena Melani, nelle settimane scorse, è tornata per qualche giorno in Italia per motivi di studio e ha fatto visita anche in Toscana, dove ha cercato anche contatti con associazioni di volontariato e enti benefici locali (a Livorno ha incontrato i rappresentanti del Rotary, dell'Arci, del Centro mondialità e la stessa cosa ha fatto in altre città).
Prodotti doc. I bambini del Benin non chiedono soltanto aiuto. Offrono anche qualcosa: i frutti del loro lavoro, delle complesse attività del progetto cui collabora anche Elena. Producono saponi che possono essere commercializzati e che cercano sbocchi sui nostri mercati: l'obiettivo è sondare il terreno con il mondo della cooperazione di consumo. Stanno mettendo su, in Benin, ristoranti e attività alberghiere che potranno diventare davvero, in futuro, un lavoro reale e non solo un modo per sopravvivere fra un espediente e l'altro. A Porto-Novo, la capitale, dove vivono poco meno di 250mila persone, c'è il progetto dell'apertura di una fattoria.
Guerra alla tratta. L'attività delle salesiane fa lo slalom fra una tragedia quotidiana e un'altra. Curano decine di bambine ogni mese sotto il profilo dell'assistenza sanitaria e combattono la guerra più difficile, quella contro il traffico internazionale di bambini. Perché se la degenerazione del "vidomegon" è ormai entrata nell'uso comune del Benin, solo quando i piccoli varcano le frontiere nazionali c'è un po' di rumore in più. «Ci sono bimbi che vengono portati in Gabon, altri sono destinati alla Nigeria, alla Costa d'Avorio. E a volte - dice Elena Melani - anche il Benin accoglie bambini stranieri, dal Togo e dalla Nigeria». Basta un compenso di una ventina di euro per strappare un figlio ai genitori. E le conseguenze, sul piccolo, sono facilmente immaginabili: maltrattamenti, violenze psicologiche e fisiche. Strapparne anche uno a questo traffico è un'impresa difficile, capace di regalare una soddisfazione straordinaria.
Il cuore in Africa. Non lascia niente alla retorica, Elena. E davanti alla domanda sul «chi te l'ha fatto fare», si limita a rispondere: «Se non vai in Africa, puoi anche pensare di aver visto tutto, ma in realtà ti manca qualcosa».
L'Africa di Elena Melani (nella foto sotto con i bambini) non è quella degli strateghi dell'alta finanza. Un mese e mezzo vissuto in Madagascar, poi il ritorno in Italia e una telefonata dal Benin. Ora la sua casa è lì, fra i piccoli che insieme alle suore salesiane cerca di strappare alla tratta.
Il progetto salesiano. Laggiù, in quella sorta di "fungo" di terra stretto fra Togo, Nigeria e Burkina Faso, uno dei pochi paesi di quell'area dove comunque ci sono libere elezioni e la democrazia è ormai un fatto compiuto, la battaglia per fermare l'esportazione di bambini passa per la speranza di una loro emancipazione prima di tutto economica. E il progetto di cui le suore salesiane sono protagoniste mette al centro la lotta allo sfruttamento dei minori. «In Benin un bambino costa dai 15 ai 20 euro», dice Elena, che ha trovato in suor Maria Antonietta Marchese, responsabile del progetto, una presenza vulcanica più che dinamica. «Anto, come la chiamo io, è una persona straordinaria», aggiunge la giovane pistoiese. Ma lei non è da meno, visto che si dedica ai più piccoli praticamente 24 ore al giorno, fra attività scolastiche, lavorative e di assistenza di vario genere.
Vidomegon. E' difficile comprendere, con gli occhi e con il modo di ragionare di un occidentale, quello che succede in Benin. Eppure basta girare per le strade di Cotonou, la capitale economica del paese (oltre 800mila abitanti, di gran lunga la città più popolosa), per imbattersi in una realtà che per la popolazione locale non ha niente di straordinario. Eppure ci sono, secondo statistiche come al solito assai prudenti e quasi ottimistiche, circa 500mila ragazzi dai 6 ai 14 anni che lavorano senza interruzione, senza diritti, senza la possibilità di conoscere l'infanzia. «Una volta in Benin esisteva una pratica - racconta Elena Melani - chiamata "vidomegon", che significa bambino in lingua fon. Secondo questa tradizione, era possibile affidare i piccoli a famiglie che vivevano in condizioni migliori di quelle nella quale erano nati. In cambio, i genitori avrebbero ottenuto per i propri figli un'educazione altrimenti impossibile».
Regna il traffico. Oggi il "vidomegon" è diventato un'altra cosa. Le spinte solidali si sono trasformate in situazioni assai differenti e in Benin c'è la corsa ad accaparrarsi bambini e bambine. «Soprattutto le ragazzine sono ambite -prosegue il racconto di Elena -perché sono particolarmente docili e sono in grado di fare lavori domestici, ma anche le venditrici». I maschi, invece, trovano facile collocazione facendo lavori di fatica in veste di apprendisti, portando sacchi di cemento nei cantieri aperti in diversi centri del paese. C'è bisogno di tutto, per i piccoli del Benin. Elena Melani, nelle settimane scorse, è tornata per qualche giorno in Italia per motivi di studio e ha fatto visita anche in Toscana, dove ha cercato anche contatti con associazioni di volontariato e enti benefici locali (a Livorno ha incontrato i rappresentanti del Rotary, dell'Arci, del Centro mondialità e la stessa cosa ha fatto in altre città).
Prodotti doc. I bambini del Benin non chiedono soltanto aiuto. Offrono anche qualcosa: i frutti del loro lavoro, delle complesse attività del progetto cui collabora anche Elena. Producono saponi che possono essere commercializzati e che cercano sbocchi sui nostri mercati: l'obiettivo è sondare il terreno con il mondo della cooperazione di consumo. Stanno mettendo su, in Benin, ristoranti e attività alberghiere che potranno diventare davvero, in futuro, un lavoro reale e non solo un modo per sopravvivere fra un espediente e l'altro. A Porto-Novo, la capitale, dove vivono poco meno di 250mila persone, c'è il progetto dell'apertura di una fattoria.
Guerra alla tratta. L'attività delle salesiane fa lo slalom fra una tragedia quotidiana e un'altra. Curano decine di bambine ogni mese sotto il profilo dell'assistenza sanitaria e combattono la guerra più difficile, quella contro il traffico internazionale di bambini. Perché se la degenerazione del "vidomegon" è ormai entrata nell'uso comune del Benin, solo quando i piccoli varcano le frontiere nazionali c'è un po' di rumore in più. «Ci sono bimbi che vengono portati in Gabon, altri sono destinati alla Nigeria, alla Costa d'Avorio. E a volte - dice Elena Melani - anche il Benin accoglie bambini stranieri, dal Togo e dalla Nigeria». Basta un compenso di una ventina di euro per strappare un figlio ai genitori. E le conseguenze, sul piccolo, sono facilmente immaginabili: maltrattamenti, violenze psicologiche e fisiche. Strapparne anche uno a questo traffico è un'impresa difficile, capace di regalare una soddisfazione straordinaria.
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