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«Aiutateci a salvare il nostro bambino» L'appello dei genitori, il figlio è malato

Anna Cecchini

Vittorio spalanca i suoi grandi occhi curiosi mentre, stanco di stare ad ascoltare i "discorsi dei grandi", poggia la testa su una spalla di mamma Ludmila e le carezza i capelli delicatamente, quasi a volerla rassicurare. Lei lo guarda con quella dignità austera e avvolgente che forse solo le etnie dell'est Europa riescono a mantenere anche nelle situazioni più drammatiche, e gli sussurra all'orecchio di avere pazienza.

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PISTOIA. Vittorio spalanca i suoi grandi occhi curiosi mentre, stanco di stare ad ascoltare i "discorsi dei grandi", poggia la testa su una spalla di mamma Ludmila e le carezza i capelli delicatamente, quasi a volerla rassicurare. Lei lo guarda con quella dignità austera e avvolgente che forse solo le etnie dell'est Europa riescono a mantenere anche nelle situazioni più drammatiche, e gli sussurra all'orecchio di avere pazienza.

In verità di pazienza, anzi di resistenza fisica e psicologica, dovrà averne molta non solo il piccolo Vittorio, ma anche Ludmila e il marito Antonio, che stanno avviando la battaglia per salvare la vita proprio a quel piccolo e unico figlio dagli occhi di un azzurro glorioso.

Un bambino malato. Vittorio ha cinque anni ed è gravemente malato: oggi sta bene e si guarda intorno come farebbe un qualunque bambino della sua età. «Ma tante volte ha dolori ai piedi, alla schiena - dice la mamma, Ludmila Zekuciova -. Capita che abbia male alla testa e magari poi cade in terra senza motivo. È colpa degli otto fibromi al cervello che il mese scorso gli sono stati diagnosticati. Ci siamo informati e sappiamo che possono essere curati solo grazie a una terapia sperimentale che viene praticata in una struttura sanitaria di Boston». Il fatto è che Antonio e Ludmila non hanno abbastanza soldi per volare negli Stati Uniti e concedere a Vittorio quell'unico tentativo che potrebbe tenerlo in vita.

Una famiglia come tante. La loro è una storia fatta di dignità e profonda riservatezza, tanto che solo oggi, pur avendo diritti a sovvenzioni pubbliche, hanno deciso di chiedere aiuto all'assessorato alle politiche sociali del Comune. Perché questo aiuto non serve a loro, ma è indispensabile a far sopravvivere Vittorio.

Antonio Medaglia ha 49 anni e insieme alla moglie Ludmila vive a Pistoia. Hanno un bambino, Vittorio, affetto sin dalla nascita dalla neurofibromatosi, una malattia ereditaria. Da quando il piccolo è nato, cinque anni fa, non hanno mai chiesto aiuto a nessuno. Antonio lavorava come muratore, in alcune aziende o anche in proprio, e Ludmila stava a casa con Vittorio. Fino a quando la loro vita, già segnata dalle difficoltà, è capitolata.

Il babbo è disoccupato. Antonio ha perso il lavoro a gennaio e le scorse settimane ha saputo che il male di suo figlio è progredito: se non riuscirà a sottoporlo alla terapia sperimentale il bambino è destinato a morire. «Quella di mio figlio è una malattia - dice Antonio - che degenera, ora il livello è grave. Il mese scorso eravamo in vacanza in Slovacchia e lui aveva continui mal di testa. All'ospedale di Kosice gli hanno fatto una risonanza magnetica e hanno visto che nella sua testa si sono sviluppati otto fibromi che gli premono sul cervello».

La malattia si aggrava. Al ritorno dalla Slovacchia Antonio ha portato suo figlio al Mayer di Firenze, dove è stata riconfermata la presenza dei fibromi. «Ci hanno detto di tornare - spiega - fra sei mesi, ma sappiamo che potrebbe essere troppo tardi. Questa malattia non migliora».
Antonio e sua moglie si sono informati e hanno saputo che a Boston esiste una clinica che porta avanti cure sperimentali per la patologia di Vittorio. «Non abbiamo mai chiesto nulla - si scusa Antonio - ma è nostro figlio e dobbiamo provare a salvarlo. Il fatto è che andare a Boston e fare la cura costa tanto, che noi non abbiamo neppure provando a racimolare soldi dai parenti, come abbiamo già fatto».

La richiesta di aiuto economico. Spaesati e pieni di vergogna Antonio e Ludmila si sono rivolti all'assessorato al sociale, che, oltre a garantire un intervento personale per salvare il piccolo Vittorio, ha spiegato le possibili vie per provare a portare il bambino a Boston. Perché loro non sono abituati a chiedere, non vogliono la carità. Semplicemente chiedono con grande umiltà un aiuto a tutti - cittadini, fondazioni e aziende - per tentare di salvare il loro Vittorio.

L'assessore Rosalia Billero, oltre a chiarire ad Antonio le procedure per accedere all'assistenza sociale e per ottenere quei sussidi pubblici che sono previsti nei casi di disoccupazione, si è messa in moto anche per far aprire un conto corrente specifico per questo caso. Visto l'estremo bisogno di contributi della famiglia Medaglia per curare Vittorio, nei prossimi giorni renderemo noto il numero di conto corrente ed eventuali altri metodi per fornire un aiuto economico.

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