Meteo
PISTOIA
«Il lavoro vale più del profitto di pochi»
Marta Quilici
Messa del vescovo alla Mas, fabbrica-simbolo che rischia di chiudere. La città diventa un caso nazionale, in tutta la provincia i cassintegrati sono arrivati a quota 5 mila
3 MINUTI DI LETTURA
«La Chiesa è a fianco dei lavoratori in lotta. Il lavoro vale più del profitto di pochi. Non c'è strada che non porti al cielo senza prendere sul serio ciò che accade sulla terra». Il vescovo Mansueto Bianchi ieri sera alle 19 ha celebrato la Messa all'interno della Mas, terza realtà produttiva pistoiese che ha annunciato la chiusura due settimane fa. «Pistoia - ha affermato durante l'omelia - sta rischiando di diventare città terremotata. Perdere il lavoro è come un terremoto: la vita personale, familiare e sociale viene scossa, rischia di sbriciolarsi».
Si tratta alla Mas, azienda di laminati elettronici, di 124 dipendenti che hanno perso il lavoro e a cui non rimane che lottare per ottenere gli ammortizzatori sociali. Un mese fa, e appena a un paio di chilometri di distanza dalla Mas, ha annunciato la chiusura anche la seconda realtà produttiva di Pistoia, la Radicifil, azienda produttrice di filo di nylon del tipo 6,6: altri 137 dipendenti a casa. Anche in quell'occasione il vescovo intervenne con una lettera aperta in solidarietà agli operai. E i due stabilimenti non sono che la punta di un iceberg che fa parlare adesso di un "caso Pistoia": dopo la chiusura della Radicifil, infatti, la cessazione dell'attività anche alla Mas fa precipitare la situazione occupazionale a Pistoia. Non solo. La paura è che la città non riesca più a risollevarsi dalla crisi e che si arrivi a una desertificazione produttiva della zona.
Numeri da incubo. Le cifre parlano chiare: si contano 5mila cassintegrati in provincia e le dieci più importanti realtà produttive della zona, il corrispondente di oltre mille posti di lavoro, sono a rischio. Una situazione drammatica che si scontra contro un apparente disinteresse del Ministero delle attività produttive per il "caso Pistoia". Difficoltà, questa, che ha dato origine a uno sciopero indetto da Cgil, Cisl e Uil lo scorso martedì per imporre la situazione locale alla ribalta dello scenario nazionale. Per la Radicifil e la Mas i copioni sono simili: i due stabilimenti sono in mano a due multinazionali le cui proprietà sono latitanti se non addirittura inesistenti. La proprietà della Mas, in particolare, è ancora vacillante tra colossi economici (la Texas Pacific Group) e società finanziarie (l'Unione Banche Svizzere). Alla Radicifil la proprietà è bergamasca, ma agli incontri con i sindacati e istituzioni, che si sono svolti dal 27 aprile (giorno della chiusura) ad oggi, non si è mai presentata, delegando amministratori e responsabili di stabilimento.
Trattative aperte. Attualmente sono aperte per entrambe le aziende le trattative sindacali: gli operai hanno organizzato in entrambi gli stabilimenti un presidio di fabbrica permanente. L'obiettivo è quello di impedire alle proprietà di prelevare le materie prime e il materiale prodotto, ma soprattutto di non permettere il trasferimento dei macchinari: il timore più grande degli operai di entrambi gli stabilimenti è infatti che le aziende spostino la produzione in altre aree, all'est o nelle case madri. Alla Mas, infatti, il campanello d'allarme è stato l'arrivo, il 29 maggio scorso, di due camion intenzionati a portare via la materia prima nei magazzini. Manovra che ha fatto scattare il presidio di fabbrica e il blocco della produzione.
Nuovi incontri. Per la Radicifil stamani è previsto il terzo incontro in Regione tra sindacati e azienda, alla presenza dell'assessore regionale alle attività produttive Gianfranco Simoncini. Ma ancora le parti sono divise e l'accordo sembra lontano. Situazione simile alla Mas in cui gli operai hanno scelto la linea dura rifiutando l'accordo con l'azienda: l'accesso alle materie prime in cambio del pagamento entro il 5 luglio dello stipendio di giugno e entro il 15 luglio della quattordicesima. L'assemblea di fabbrica non ha accettato la proposta: «quello che ci offre l'azienda è un nostro diritto che non deve esserci concesso, ma garantito». Per la Mas l'incontro tra sindacati e azienda è fissato per domani alle 10 nella sede di Assindustria a Pistoia.
Si tratta alla Mas, azienda di laminati elettronici, di 124 dipendenti che hanno perso il lavoro e a cui non rimane che lottare per ottenere gli ammortizzatori sociali. Un mese fa, e appena a un paio di chilometri di distanza dalla Mas, ha annunciato la chiusura anche la seconda realtà produttiva di Pistoia, la Radicifil, azienda produttrice di filo di nylon del tipo 6,6: altri 137 dipendenti a casa. Anche in quell'occasione il vescovo intervenne con una lettera aperta in solidarietà agli operai. E i due stabilimenti non sono che la punta di un iceberg che fa parlare adesso di un "caso Pistoia": dopo la chiusura della Radicifil, infatti, la cessazione dell'attività anche alla Mas fa precipitare la situazione occupazionale a Pistoia. Non solo. La paura è che la città non riesca più a risollevarsi dalla crisi e che si arrivi a una desertificazione produttiva della zona.
Numeri da incubo. Le cifre parlano chiare: si contano 5mila cassintegrati in provincia e le dieci più importanti realtà produttive della zona, il corrispondente di oltre mille posti di lavoro, sono a rischio. Una situazione drammatica che si scontra contro un apparente disinteresse del Ministero delle attività produttive per il "caso Pistoia". Difficoltà, questa, che ha dato origine a uno sciopero indetto da Cgil, Cisl e Uil lo scorso martedì per imporre la situazione locale alla ribalta dello scenario nazionale. Per la Radicifil e la Mas i copioni sono simili: i due stabilimenti sono in mano a due multinazionali le cui proprietà sono latitanti se non addirittura inesistenti. La proprietà della Mas, in particolare, è ancora vacillante tra colossi economici (la Texas Pacific Group) e società finanziarie (l'Unione Banche Svizzere). Alla Radicifil la proprietà è bergamasca, ma agli incontri con i sindacati e istituzioni, che si sono svolti dal 27 aprile (giorno della chiusura) ad oggi, non si è mai presentata, delegando amministratori e responsabili di stabilimento.
Trattative aperte. Attualmente sono aperte per entrambe le aziende le trattative sindacali: gli operai hanno organizzato in entrambi gli stabilimenti un presidio di fabbrica permanente. L'obiettivo è quello di impedire alle proprietà di prelevare le materie prime e il materiale prodotto, ma soprattutto di non permettere il trasferimento dei macchinari: il timore più grande degli operai di entrambi gli stabilimenti è infatti che le aziende spostino la produzione in altre aree, all'est o nelle case madri. Alla Mas, infatti, il campanello d'allarme è stato l'arrivo, il 29 maggio scorso, di due camion intenzionati a portare via la materia prima nei magazzini. Manovra che ha fatto scattare il presidio di fabbrica e il blocco della produzione.
Nuovi incontri. Per la Radicifil stamani è previsto il terzo incontro in Regione tra sindacati e azienda, alla presenza dell'assessore regionale alle attività produttive Gianfranco Simoncini. Ma ancora le parti sono divise e l'accordo sembra lontano. Situazione simile alla Mas in cui gli operai hanno scelto la linea dura rifiutando l'accordo con l'azienda: l'accesso alle materie prime in cambio del pagamento entro il 5 luglio dello stipendio di giugno e entro il 15 luglio della quattordicesima. L'assemblea di fabbrica non ha accettato la proposta: «quello che ci offre l'azienda è un nostro diritto che non deve esserci concesso, ma garantito». Per la Mas l'incontro tra sindacati e azienda è fissato per domani alle 10 nella sede di Assindustria a Pistoia.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
