Il presidio
PER NON DIMENTICARE
8 settembre, i ricordi di un ragazzo di allora
Celestino Sichi, uno dei tanti protagonisti sconosciuti di quell’epoca, a 84 anni ha voluto scrivere un diario per documentare meticolosamente, perché non se ne perda la memoria, la sua storia, la vita militare in Grecia prima dell'armistizio e poi la prigionia, la fuga e finalmente il ritorno a casa. Storia di privazioni, umiliazioni e paure, ma anche di amicizia e di cameratismo, di speranze prima perdute e poi ritrovate, la storia di un ragazzo di 19 anni, come tanti altri strappato alle sue montagne per andare a fare la guerra.
10 MINUTI DI LETTURA
Fatto il premilitare, a 19 anni fui richiamato sotto le armi. Mi presentai al distretto di Pistoia, il 7 settembre del ’42. Fui destinato al 3° Fanteria Messina. Arrivati giù, incominciò la vita dura. Il giorno del giuramento ci fecero il riso; era bacato. Col cucchiaio si levava i bachi dalla gavetta e si mangiava il resto.
Dopo settanta giorni, si partì per destinazione ignota. Nessuno ci disse nulla di dove si andava. Dopo 18 giorni di treno, pieni di pidocchi, si arrivò a Pirgus, un piccolo paesino della Grecia. Fu formato il battaglione reclute: marce tutti i giorni e addestramento di guerra. Un giorno ci portarono a fare i tiri col mitragliatore; fui il migliore del battaglione: con venti colpi feci diciotto centri e due uno. Passai porta arma e tiratore scelto. Il maggiore domandò dov’era quel fante che aveva fatto tutti quei centri.
Il caporalmaggiore mi presentò al maggiore che mi disse: “Se si fosse stati in Italia, andavi a casa un mese in licenza premio; però siamo qui e come premio ti posso dare un sigaro”. Finito l’addestramento, mi passarono alla Sesta Compagnia, secondo battaglione: sempre di guardia, tutti i giorni, giorno e notte. Un giorno che ero libero, con altri soldati siamo andati a valle, a una borgata chiamata Katalogos; non si poteva andare in meno di tre ed armati. Arrivati lì, c’era una specie di bar dove siamo entrati; c’erano dei tedeschi che davano noia alle donne del locale. Nel frattempo arrivarono altri soldati della nostra Compagnia.
I tedeschi seguitavano a molestare le donne; noi non si poteva vedere certe cose e così si disse: “si buttano fuori”. Detto fatto; s’incominciò a prenderli a pugni e calci negli stinchi e si sbatterono fuori; erano cinque o sei. Quelle donne come ci ringraziarono! Dopo, tutte le volte che si andava lì, ci davano un pezzo di dolce che loro chiamavano “bobotta”.
Dopo alcuni giorni, mi passarono al plotone guastatori e ci portarono a Patrasso per fare l’addestramento. Il giorno si andava a fare le prove per far saltare strade, ponti e porti; rientrati, si andava in pattuglia la notte. A fine luglio il battaglione partì per l’isola di Zante.
Un bel giorno arrivarono due caccia inglesi. La nostra contraerea con le navi che erano nel porto entrò in azione: uno dei due aerei fu abbattuto e precipitò nel porto; il pilota ferito ad una spalla, fu ricoverato. L’altro, tornò indietro che fiammeggiava.. .
L’8 settembre. Eravamo lì quando arrivò l’8 settembre del ‘43 e fu dichiarato l’armistizio. Quel giorno mi trovavo di guardia alle carceri civili. Aprii le porte e feci uscire tutti i prigionieri perché se li prendevano i tedeschi, li fucilavano subito. Rinforzammo il posto di guardia: il nemico non erano più i greci, erano i tedeschi. Alcuni giorni dopo, questi circondarono il comando di battaglione con la compagnia reggimentale dentro. Il comando chiamò noi della sesta compagnia perché eravamo i più vicini. Arrivati sul posto accerchiammo i tedeschi; si puntò le armi contro di loro e loro contro di noi.
Siamo stati così per circa un’ora a vedere cosa succedeva; si aspettava da un momento all’altro che dessero l’ordine di sparare. Dalla paura i capelli erano così dritti che ci sollevavano l’elmetto. Poi arrivò l’ordine di rompere l’accerchiamento e far passare i tedeschi: io mi sentii riavere dalla paura perché se avessero sparato, i primi ad essere presi di mira saremmo stati quelli con le armi automatiche. Tornammo al nostro accantonamento, ma fu per poco.
Il 14 settembre, ci costrinsero a deporre le armi e fummo fatti prigionieri. Il comandante tedesco chiese al maggiore che comandava il nostro battaglione se si voleva passare con loro. Il maggiore fu grande; gli rispose che si sceglieva la via dell’esilio, non quella del disonore. A quel punto ci fecero imbarcare e ci portarono a Patrasso.
La prigionia nel lager. Dopo qualche giorno i tedeschi ci fecero salire su dei vagoni merci e rinchiusi come bestie, si partì, destinazione Germania. Dopo 12 giorni di viaggio, arrivammo al campo di concentramento 4°A e successivamente al 4°B. Lì fecero lo smistamento per mandarci al lavoro. Fui destinato ad un reparto faticoso. Eramo in due; si spostavano dei fasci di trafile pesanti 10 quintali circa, con un paranco che tirarlo a mano era una fatica bestia. Si lavorava 12 ore, una settimana di giorno ed una di notte e come vitto ci davano brodo di rape, qualche pezzetto di patata o barbabietola e un tozzo di pane che pareva un mattone.
Dopo qualche mese ebbi la febbre con un brutto sfogo nelle braccia e mi ricoverarono in una baracca di legno che faceva da ospedale e che chiamavano Lazzaret. Lì ne ho veduti morire da uno dodici al giorno. Io sono stato fortunato e dopo 40 giorni, una volta guarito, sono stato rimandato in fabbrica, dove fui assegnato ai forni della tempera; dai forni tiravo fuori carrelli carichi di barre di ferro incandescenti. Quello che manovrava la gru era un tedesco: quando si stava per attaccare la catena al gancio della gru, lui ce la spostava apposta e noi disgraziati, rischiavamo di prendere fuoco con quei ferri roventi.
Quando si smontava eravamo mezzi bruciacchiati, ma non ci davano nemmeno un po’ d’acqua per bagnarci la bocca. Finalmente un giorno la fabbrica da dove venivano quelle spranghe di ferro fu bombardata e smisero di lavorare. Ci mandarono a sgombrare le macerie e poi ci spostarono in altre baracche. La mattina quando facevano la sveglia, c’era sempre qualcuno morto, di stenti, di fatica, di qualche malattia. Ogni sera si diceva: “domattina a chi toccherà?” e avanti così, ogni giorno, giorno dopo giorno.
Poi cominciarono i bombardamenti su Dresda. Prima di notte e poi, il 24 aprile del ‘44, in pieno giorno. Noi eravamo a fare le fosse anticarro intorno alla città e ci siamo riparati dentro le trincee. Finito il bombardamento non c’era rimasta una casa in piedi. Dagli aerei, gli alleati buttarono giù dei manifestini; c‘era scritto di non ingombrare le strade, di non stare coi tedeschi, di rimanere nei nostri lager e che presto saremmo stati liberati. Io ne raccattai uno e una guardia mi diede un calcio.
Alcuni giorni dopo, in piena notte, vennero le SS, c’inquadrarono e si partì verso la Cecoslovacchia. Il viaggio fu una carneficina: quel prigioniero che non ce la faceva a camminare, che cascava in terra, una pallottola in testa e avanti… Ce ne rimasero parecchi di morti lungo la strada, un vero incubo. Dopo due giorni, all’improvviso, le SS ci abbandonarono.
Non sapevamo cosa fare, dove andare. Io insieme ad altri tre prendemmo c’incamminammo, senza un direzione precisa. Si arrivò alla periferia di un paese, non ricordo il nome. Lì c’era una casa e vicino una baracca. Si domandò al proprietario se ci faceva dormire dentro; disse di sì. C’era una stufa e dei paletti da pomodoro; così l’abbiamo accesa e abbiamo cotto quel po’ che avevamo trovato. Al mattino seguente volevamo andare in stazione per prendere il treno, ma non si viaggiava perché la ferrovia era interrotta. Allora abbiamo proseguito a piedi coi pochi indumenti che avevamo; trovate due ruote, abbiamo fatto una specie di carretto. Fatti pochi chilometri, un aereo russo cominciò a mitragliarci. Era il 9 maggio del ’45, ma per noi non era finita.
Appena il mitragliamento cessò ripartimmo e raggiungemmo una casa di contadini. Il giorno seguente arrivò un poliziotto cecoslovacco che dette ordine al proprietario di darci un pasto al giorno. Ci dava un piatto di farinata e ci faceva dormire nel fienile; noi gli si dava un aiuto per quello che aveva da fare. Restammo lì una settimana. Intanto i russi seguitavano la loro avanzata e noi ci siamo incamminati sulla strada dove erano passate le loro truppe. Finalmente abbiamo trovato una stazione. L’impiegato ci fece capire che il treno avrebbe viaggiato si e no per cento chilometri perché dopo la ferrovia era interrotta.
“Intanto facciamo questi – ci siamo detti – poi si starà a vedere” Quando il treno si è fermato, ci hanno fatto scendere: c’erano gli americani. Ci hanno portato in una specie di accampamento con tante baracche; eravamo circa duecentocinquanta e siamo rimasti lì una settimana. Si moriva di fame, ma non ci davano nulla da mangiare; bisognava arrangiarsi in giro dai contadini, ma anche loro ormai non avevano più nulla. Un bel giorno gli americani se ne andarono e arrivarono i russi. Gli si chiedeva da mangiare e loro ci dicevano di andare a rubare ai contadini. Dopo qualche settimana ci mandarono via tutti.
Ci sparpagliammo in gruppi. Noi eravamo una quarantina e per conto nostro si proseguì per l’Italia. Camminammo diversi giorni lungo un fiumicello. Ogni tanto c’era un ponte; noi eravamo dalla parte dove c’erano i russi; sull’altra sponda c’erano gli americani. I russi ci facevano attraversare di là e gli americani ci rimandavano indietro. E avanti così fino a che, dopo un lungo tratto di strada siamo arrivati al Danubio. Anche lì c’erano i russi. Ci fecero salire su un traghetto sorretto da un cavo e fummo trasbordati dall’altra parte, dove arrivati al primo paese, abbiamo preso un treno che ci ha portati in Iugoslavia.
Una volta arrivati, i partigiani di Tito ci hanno perquisito. Io avevo due cinturoni tedeschi; me li hanno presi, ci chiamavano fascisti. Fortuna che si aveva i documenti da prigionieri… Eravamo affamati, da giorni non si mangiava nulla. Mentre il treno era fermo, cominciai a girare tra i binari finchè non trovai dei crostoli di pane duro. Li raccattai e li misi nella gavetta. Quando l’ebbi riempita, ci misi un po’ d’acqua e quando furono ammorbiditi ben bene li mangiai con un gran appetito.
Dalla zona vicino al confine, si ripartì verso Lubiana, Una volta arrivati, i titini ci fecero lavare e disinfettare e ci diedero da mangiare. Qualche giorno dopo, era il 6 giugno, ci rimisero su un treno e partimmo per l’Italia. Verso casa. Arrivammo a Udine, dove ci diedero subito da mangiare. Al rancio, feci la fila due volte e presi doppia razione; non contento, quando vidi che nella marmitta c’era rimasto qualcosa, dissi al cuciniere: “lascia che la raccatto io”. Mangiai anche l’avanzo.
Dopo un po’ mi cominciò a gonfiare la pancia che credevo di scoppiare. Ma la fame era tanta, vecchia di mesi e mesi, tanto che l’indomani trovai un carabiniere e gli dissi “ O che devo andare a casa con questi capelli lunghi?”. Mi dette dieci lire perché me li facessi tagliare. Io invece cercai un fornaio e le spesi tutte per comprarci del pane. Due giorni dopo, si partì con l’autocolonna fino a Bologna. Una volta sceso, chiesi dov’era la Porrettana; mi ero appena incamminato quando mi sento chiamare. “ O quell’omo, ti ci porto io alla Porrettana. Si parte tra mezz’ora. Mi fai da guardia al rimorchio che l’ho carico di riso che devo portare verso la Maremma”. Gli risposi: “volentieri, però io scendo al Ponte della Venturina che vado verso San Marcello”. E così feci; mi incamminai a piedi, finchè un camioncino che andava alle Piastre mi prese sù fino a Pontepetri.
Arrivato andai subito dalla mia zia Rosa al Villaggio Orlando di Campo Tizzoro. Quando mi vide non mi riconobbe e tentò di mandarmi via. “Zia sono Celestino”. Allora mi abbracciò e mi fece entrare in casa. Fu la prima notte che dopo tre anni dormivo in un letto. La mattina seguente presi un camion che mi portò fino alla Colonna di Mammiano: di lì m’incamminai a piedi fino a Piano degli Ontani. Bussai alla porta di casa di amici; mi venne ad aprire la Vanda che come mi vide, mi chiuse la porta in faccia. Le dissi “Vanda non mi riconosci? Sono Celestino”. Avvertirono i miei che mi vennero incontro.
Ero a casa; stanco, secco finito (ero arrivato a pesare 41 chili), coi capelli lunghi, le scarpe tutte e due a un piede e senza calze. Ma ero a casa; vivo, libero.
Questo è il racconto di Celestino Sichi Nato a Cutigliano, Pistoia, il 3 aprile 1923. Boscaiolo, pastore e cacciatore. Oggi, pensionato vive a Lizzano Pistoiese nel Comune di San Marcello (via Aldo Moro, 56/2)
Dopo settanta giorni, si partì per destinazione ignota. Nessuno ci disse nulla di dove si andava. Dopo 18 giorni di treno, pieni di pidocchi, si arrivò a Pirgus, un piccolo paesino della Grecia. Fu formato il battaglione reclute: marce tutti i giorni e addestramento di guerra. Un giorno ci portarono a fare i tiri col mitragliatore; fui il migliore del battaglione: con venti colpi feci diciotto centri e due uno. Passai porta arma e tiratore scelto. Il maggiore domandò dov’era quel fante che aveva fatto tutti quei centri.
Il caporalmaggiore mi presentò al maggiore che mi disse: “Se si fosse stati in Italia, andavi a casa un mese in licenza premio; però siamo qui e come premio ti posso dare un sigaro”. Finito l’addestramento, mi passarono alla Sesta Compagnia, secondo battaglione: sempre di guardia, tutti i giorni, giorno e notte. Un giorno che ero libero, con altri soldati siamo andati a valle, a una borgata chiamata Katalogos; non si poteva andare in meno di tre ed armati. Arrivati lì, c’era una specie di bar dove siamo entrati; c’erano dei tedeschi che davano noia alle donne del locale. Nel frattempo arrivarono altri soldati della nostra Compagnia.
I tedeschi seguitavano a molestare le donne; noi non si poteva vedere certe cose e così si disse: “si buttano fuori”. Detto fatto; s’incominciò a prenderli a pugni e calci negli stinchi e si sbatterono fuori; erano cinque o sei. Quelle donne come ci ringraziarono! Dopo, tutte le volte che si andava lì, ci davano un pezzo di dolce che loro chiamavano “bobotta”.
Dopo alcuni giorni, mi passarono al plotone guastatori e ci portarono a Patrasso per fare l’addestramento. Il giorno si andava a fare le prove per far saltare strade, ponti e porti; rientrati, si andava in pattuglia la notte. A fine luglio il battaglione partì per l’isola di Zante.
Un bel giorno arrivarono due caccia inglesi. La nostra contraerea con le navi che erano nel porto entrò in azione: uno dei due aerei fu abbattuto e precipitò nel porto; il pilota ferito ad una spalla, fu ricoverato. L’altro, tornò indietro che fiammeggiava.. .
L’8 settembre. Eravamo lì quando arrivò l’8 settembre del ‘43 e fu dichiarato l’armistizio. Quel giorno mi trovavo di guardia alle carceri civili. Aprii le porte e feci uscire tutti i prigionieri perché se li prendevano i tedeschi, li fucilavano subito. Rinforzammo il posto di guardia: il nemico non erano più i greci, erano i tedeschi. Alcuni giorni dopo, questi circondarono il comando di battaglione con la compagnia reggimentale dentro. Il comando chiamò noi della sesta compagnia perché eravamo i più vicini. Arrivati sul posto accerchiammo i tedeschi; si puntò le armi contro di loro e loro contro di noi.
Siamo stati così per circa un’ora a vedere cosa succedeva; si aspettava da un momento all’altro che dessero l’ordine di sparare. Dalla paura i capelli erano così dritti che ci sollevavano l’elmetto. Poi arrivò l’ordine di rompere l’accerchiamento e far passare i tedeschi: io mi sentii riavere dalla paura perché se avessero sparato, i primi ad essere presi di mira saremmo stati quelli con le armi automatiche. Tornammo al nostro accantonamento, ma fu per poco.
Il 14 settembre, ci costrinsero a deporre le armi e fummo fatti prigionieri. Il comandante tedesco chiese al maggiore che comandava il nostro battaglione se si voleva passare con loro. Il maggiore fu grande; gli rispose che si sceglieva la via dell’esilio, non quella del disonore. A quel punto ci fecero imbarcare e ci portarono a Patrasso.
La prigionia nel lager. Dopo qualche giorno i tedeschi ci fecero salire su dei vagoni merci e rinchiusi come bestie, si partì, destinazione Germania. Dopo 12 giorni di viaggio, arrivammo al campo di concentramento 4°A e successivamente al 4°B. Lì fecero lo smistamento per mandarci al lavoro. Fui destinato ad un reparto faticoso. Eramo in due; si spostavano dei fasci di trafile pesanti 10 quintali circa, con un paranco che tirarlo a mano era una fatica bestia. Si lavorava 12 ore, una settimana di giorno ed una di notte e come vitto ci davano brodo di rape, qualche pezzetto di patata o barbabietola e un tozzo di pane che pareva un mattone.
Dopo qualche mese ebbi la febbre con un brutto sfogo nelle braccia e mi ricoverarono in una baracca di legno che faceva da ospedale e che chiamavano Lazzaret. Lì ne ho veduti morire da uno dodici al giorno. Io sono stato fortunato e dopo 40 giorni, una volta guarito, sono stato rimandato in fabbrica, dove fui assegnato ai forni della tempera; dai forni tiravo fuori carrelli carichi di barre di ferro incandescenti. Quello che manovrava la gru era un tedesco: quando si stava per attaccare la catena al gancio della gru, lui ce la spostava apposta e noi disgraziati, rischiavamo di prendere fuoco con quei ferri roventi.
Quando si smontava eravamo mezzi bruciacchiati, ma non ci davano nemmeno un po’ d’acqua per bagnarci la bocca. Finalmente un giorno la fabbrica da dove venivano quelle spranghe di ferro fu bombardata e smisero di lavorare. Ci mandarono a sgombrare le macerie e poi ci spostarono in altre baracche. La mattina quando facevano la sveglia, c’era sempre qualcuno morto, di stenti, di fatica, di qualche malattia. Ogni sera si diceva: “domattina a chi toccherà?” e avanti così, ogni giorno, giorno dopo giorno.
Poi cominciarono i bombardamenti su Dresda. Prima di notte e poi, il 24 aprile del ‘44, in pieno giorno. Noi eravamo a fare le fosse anticarro intorno alla città e ci siamo riparati dentro le trincee. Finito il bombardamento non c’era rimasta una casa in piedi. Dagli aerei, gli alleati buttarono giù dei manifestini; c‘era scritto di non ingombrare le strade, di non stare coi tedeschi, di rimanere nei nostri lager e che presto saremmo stati liberati. Io ne raccattai uno e una guardia mi diede un calcio.
Alcuni giorni dopo, in piena notte, vennero le SS, c’inquadrarono e si partì verso la Cecoslovacchia. Il viaggio fu una carneficina: quel prigioniero che non ce la faceva a camminare, che cascava in terra, una pallottola in testa e avanti… Ce ne rimasero parecchi di morti lungo la strada, un vero incubo. Dopo due giorni, all’improvviso, le SS ci abbandonarono.
Non sapevamo cosa fare, dove andare. Io insieme ad altri tre prendemmo c’incamminammo, senza un direzione precisa. Si arrivò alla periferia di un paese, non ricordo il nome. Lì c’era una casa e vicino una baracca. Si domandò al proprietario se ci faceva dormire dentro; disse di sì. C’era una stufa e dei paletti da pomodoro; così l’abbiamo accesa e abbiamo cotto quel po’ che avevamo trovato. Al mattino seguente volevamo andare in stazione per prendere il treno, ma non si viaggiava perché la ferrovia era interrotta. Allora abbiamo proseguito a piedi coi pochi indumenti che avevamo; trovate due ruote, abbiamo fatto una specie di carretto. Fatti pochi chilometri, un aereo russo cominciò a mitragliarci. Era il 9 maggio del ’45, ma per noi non era finita.
Appena il mitragliamento cessò ripartimmo e raggiungemmo una casa di contadini. Il giorno seguente arrivò un poliziotto cecoslovacco che dette ordine al proprietario di darci un pasto al giorno. Ci dava un piatto di farinata e ci faceva dormire nel fienile; noi gli si dava un aiuto per quello che aveva da fare. Restammo lì una settimana. Intanto i russi seguitavano la loro avanzata e noi ci siamo incamminati sulla strada dove erano passate le loro truppe. Finalmente abbiamo trovato una stazione. L’impiegato ci fece capire che il treno avrebbe viaggiato si e no per cento chilometri perché dopo la ferrovia era interrotta.
“Intanto facciamo questi – ci siamo detti – poi si starà a vedere” Quando il treno si è fermato, ci hanno fatto scendere: c’erano gli americani. Ci hanno portato in una specie di accampamento con tante baracche; eravamo circa duecentocinquanta e siamo rimasti lì una settimana. Si moriva di fame, ma non ci davano nulla da mangiare; bisognava arrangiarsi in giro dai contadini, ma anche loro ormai non avevano più nulla. Un bel giorno gli americani se ne andarono e arrivarono i russi. Gli si chiedeva da mangiare e loro ci dicevano di andare a rubare ai contadini. Dopo qualche settimana ci mandarono via tutti.
Ci sparpagliammo in gruppi. Noi eravamo una quarantina e per conto nostro si proseguì per l’Italia. Camminammo diversi giorni lungo un fiumicello. Ogni tanto c’era un ponte; noi eravamo dalla parte dove c’erano i russi; sull’altra sponda c’erano gli americani. I russi ci facevano attraversare di là e gli americani ci rimandavano indietro. E avanti così fino a che, dopo un lungo tratto di strada siamo arrivati al Danubio. Anche lì c’erano i russi. Ci fecero salire su un traghetto sorretto da un cavo e fummo trasbordati dall’altra parte, dove arrivati al primo paese, abbiamo preso un treno che ci ha portati in Iugoslavia.
Una volta arrivati, i partigiani di Tito ci hanno perquisito. Io avevo due cinturoni tedeschi; me li hanno presi, ci chiamavano fascisti. Fortuna che si aveva i documenti da prigionieri… Eravamo affamati, da giorni non si mangiava nulla. Mentre il treno era fermo, cominciai a girare tra i binari finchè non trovai dei crostoli di pane duro. Li raccattai e li misi nella gavetta. Quando l’ebbi riempita, ci misi un po’ d’acqua e quando furono ammorbiditi ben bene li mangiai con un gran appetito.
Dalla zona vicino al confine, si ripartì verso Lubiana, Una volta arrivati, i titini ci fecero lavare e disinfettare e ci diedero da mangiare. Qualche giorno dopo, era il 6 giugno, ci rimisero su un treno e partimmo per l’Italia. Verso casa. Arrivammo a Udine, dove ci diedero subito da mangiare. Al rancio, feci la fila due volte e presi doppia razione; non contento, quando vidi che nella marmitta c’era rimasto qualcosa, dissi al cuciniere: “lascia che la raccatto io”. Mangiai anche l’avanzo.
Dopo un po’ mi cominciò a gonfiare la pancia che credevo di scoppiare. Ma la fame era tanta, vecchia di mesi e mesi, tanto che l’indomani trovai un carabiniere e gli dissi “ O che devo andare a casa con questi capelli lunghi?”. Mi dette dieci lire perché me li facessi tagliare. Io invece cercai un fornaio e le spesi tutte per comprarci del pane. Due giorni dopo, si partì con l’autocolonna fino a Bologna. Una volta sceso, chiesi dov’era la Porrettana; mi ero appena incamminato quando mi sento chiamare. “ O quell’omo, ti ci porto io alla Porrettana. Si parte tra mezz’ora. Mi fai da guardia al rimorchio che l’ho carico di riso che devo portare verso la Maremma”. Gli risposi: “volentieri, però io scendo al Ponte della Venturina che vado verso San Marcello”. E così feci; mi incamminai a piedi, finchè un camioncino che andava alle Piastre mi prese sù fino a Pontepetri.
Arrivato andai subito dalla mia zia Rosa al Villaggio Orlando di Campo Tizzoro. Quando mi vide non mi riconobbe e tentò di mandarmi via. “Zia sono Celestino”. Allora mi abbracciò e mi fece entrare in casa. Fu la prima notte che dopo tre anni dormivo in un letto. La mattina seguente presi un camion che mi portò fino alla Colonna di Mammiano: di lì m’incamminai a piedi fino a Piano degli Ontani. Bussai alla porta di casa di amici; mi venne ad aprire la Vanda che come mi vide, mi chiuse la porta in faccia. Le dissi “Vanda non mi riconosci? Sono Celestino”. Avvertirono i miei che mi vennero incontro.
Ero a casa; stanco, secco finito (ero arrivato a pesare 41 chili), coi capelli lunghi, le scarpe tutte e due a un piede e senza calze. Ma ero a casa; vivo, libero.
Questo è il racconto di Celestino Sichi Nato a Cutigliano, Pistoia, il 3 aprile 1923. Boscaiolo, pastore e cacciatore. Oggi, pensionato vive a Lizzano Pistoiese nel Comune di San Marcello (via Aldo Moro, 56/2)
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