Il presidio
EDITORIA
Berenice racconta Azzini, quintessenza della polemica
Paolo Gestri
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PISTOIA. Difficilmente avrà intitolata una piazza, ma Nedo Azzini, scenografo di Visconti a Roma, fu, tra i pistoiesi, il più veemente contestatore, quintessenza della polemica e del litigio: quanto basta per eleggerlo come nostro popolare rappresentante storico. Tanto più che fu uno specialissimo cuoco, ambasciatore nella capitale della tradizione culinaria di questa città di "biroldi" e "carcerati". Ce ne parla Berenice, nell'ultimo suo libro "Pistoia e i pistoiesi" (Settegiorni, Pistoia 2009), presentato recentemente alla biblioteca San Giorgio, nell'ambito del programma "Leggere, raccontare, incontrarsi. Autori e storie pistoiesi", promosso dall'assessorato alla cultura del comune di Pistoia. In poche ma vivaci pagine, ultimo omaggio a Pistoia, ove visse bambina, Iolena Baldini (questo il nome di battesimo dell'autrice), descrive l'Azzini come un pistoiese tra i tanti che fecero fortuna "extra moenia", lontano dalla città natale. Per quali doti? Almeno tre: parlava liberamente e s'intendeva di film ed era un buongustaio. Anche lui andò a vivere a Roma, appassionato di cinema, scenografo per Luchino Visconti in "Morte a Venezia", promosso alla fine con un "Lavoro perfetto!", che il regista gli aveva rivolto. Ma il nostro Nedo, nato nella Via del Vento della Manzini, di Civinini e Bigongiari, era fin troppo di umore "ventoso", mai d'accordo con nessuno, nutrito di idiosincrasia. Neppure con la propria fresca, prima signora di nozze, tale Teresa, inanellata a suon di jazz in comune, lasciata il giorno dopo. Se c'era uno da cui prendeva lezione, costui era Remo Cerini: lo ascoltava e divulgava come l'oracolo della storia. L'amico Luchino era forse l'unico che non contraddiceva. Neanche Bolognini e nemmeno Zeffirelli, con i quali più volte si ritrovò a quattr'occhi, ebbero l'onore di essere da lui omaggiati. L'Azzini e Bolognini diventavano confidenziali Nedo e Mauro solo davanti ai tagliolini con rosso d'uovo e salmone, ricetta che avevano messo in valigia nel loro viaggio a Roma. Tuttavia, i veri amici finirono per divertirsi alle sue proverbiali contestazioni. Gliene fecero un merito. Come fu suo merito l'aver spiegato per primo ai pistoiesi il significato storico-popolare delle loro "strane" vie dentro le mura: da via delle Pappe, dai pappini che portavano da mangiare ai degenti all'ospedale del Ceppo a via del Can bianco, cosiddetta dal cane che, emulo delle oche in Campidoglio, una notte si mise ad abbaiare furiosamente per dare l'allarme che i nemici stavano entrando in città.
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