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Pisa, il sogno dell’Arena prende corpo nella terra dell’abbondanza
Ora serve passare dalla lezione di Roosevelt: «Il vero banco di prova per il nostro progresso non è tanto se riusciamo a far crescere l’abbondanza di coloro che già hanno troppo, ma piuttosto consiste nel cercare di fornire abbastanza a coloro che hanno troppo poco»
La terra dell’abbondanza non è solo un bellissimo film di Wim Wenders (uno dei tanti del regista tedesco) del 2004. Certo, c’è anche la canzone (altrettanto bella) di Leonard Cohen che lo accompagna, ma ora anche il Pisa di Luca D’Angelo sta diventando qualcosa di molto simile.
È la terra dell’abbondanza, quella nerazzurra, perché con gli acuti di Barba e Beruatto alla Ternana sono diventati 11 i giocatori già andati a bersaglio in stagione; lo è perché scopre sempre protagonisti nuovi. Incluso quelli dell’usato sicuro, come Mastinu e De Vitis, tornati titolari per gli acciacchi di Nagy e Marin e capaci di dare subito un contributo pesante alla causa. In questo contesto è il jolly di Piacenza a diventare l’uomo copertina della brigata nerazzurra. Perché lui, più di altri, giusto per restare dentro la metafora cinematografica sembra il “mister Wolf” di Pulp Fiction (capolavoro di Quentin Tarantino del 1994): ovvero l’uomo che risolve i problemi. È chiaro che, al netto dei meriti personali dei due, è il contesto che sta mettendo in condizione i singoli di dare il meglio di se stessi. Bravo D’Angelo, insomma, a coinvolgere tutti, a sfruttare al massimo il potenziale di un gruppo che si sta rendendo protagonista di una rimonta clamorosa. Già, perché nella terra dell’abbondanza capita anche che un successo (limpido) come quello con la Ternana valga anche più di tre punti che porta in dote. Solo il Brescia, tra le squadre davanti, è riuscito a fare altrettanto. E ora il profumo dei playoff comincia a farsi intenso.
Dista 3 punti, numeri alla mano, proprio come la zona rossa. Di strada da fare, insomma, ce n’è ancora. In tutti i sensi, visto che abbondanza non significa perfezione e i margini di crescita non mancano. Certo prenderseli non è automatico, anzi, ma ci sono. Ad esempio vanno ancora limati errori e sbavature in difesa. Sono sempre meno, è vero, ma anche con gli umbri ne è bastato uno per rischiare di riaprire una partita che, a fine primo tempo, era già chiusa a tripla mandata. Non è stato così, è vero, ma di sicuro il primo scorcio della ripresa è diventato più complicato e difficile di quanto potesse essere.
È chiedere troppo? Forse. Ma la linea ora deve essere quella Franklin Delano Roosevelt, 32º presidente degli Stati Uniti d'America, aveva dettato al suo Paese: il vero banco di prova per il nostro progresso non è tanto se riusciamo a far crescere l’abbondanza di coloro che già hanno troppo, ma piuttosto consiste nel cercare di fornire abbastanza a coloro che hanno troppo poco. È già. E seguire questa lezione, ora, potrebbe significare dare ancora più corpo ai sogni e trasformare in cose concrete quello che fino a una manciata di settimane fa (mesi) sembrava solo un sogno. Sì, un sogno mostruosamente proibito.
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