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Cassa integrazione e stipendi non pagati La crisi colpisce duro
Non solo mister e giocatori: i mancati incassi mettono in crisi tutti i dipendenti dei club
il caso
È normale che quando pensiamo al calcio ci vengano sempre in mente i top players. Ma il pallone in Italia, oltre a fruttare un po’ di soldi al fisco (1,5 miliardi l’anno solo dalla serie A), dà lavoro a circa 300mila addetti. Il 99% dei quali guadagna uno stipendio normale.
La serie B, ovvero quella che ci interessa di più, soffre come il resto del settore - anzi, del Paese - questa situazione di emergenza, e dopo un mese abbondante di stop (l’ultima gara giocata, Pisa-Livorno 1-0, risale al 7 marzo: 37 giorni fa) la crisi economica comincia a farsi sentire. Calciatori, tecnici, dirigenti, amministrativi, segreterie sportive, staff sanitari, operai e magazzinieri, uffici stampa, scout, addetti alle biglietterie e agli store... Tutte persone fondamentali per mandare avanti una società di calcio, che di fatto è un’azienda.
Insomma, gli incassi non ci sono e gli stipendi bisogna che siano pagati. La maggior parte delle società cadette attende indicazioni precise da Figc e Lega e intanto cerca di contenere i danni esortando tutti a smaltire le ferie residue come tutte o quasi le altre aziende; qualcuno era già in una situazione drammatica; nei giorni scorsi da Livorno è arrivata la notizia che la famiglia Spinelli ha deciso di mandare 7 dipendenti del Livorno (su 9) in cassa integrazione per un periodo di nove settimane, dunque poco più di due mesi, il massimo consentito dal recente decreto governativo Cura Italia: la retribuzione, secondo quanto raccolto, dovrebbe essere pari all’80% dello stipendio. La comunicazione ai sette dipendenti è arrivata nei giorni scorsi: adesso non stanno lavorando, ma rientrerebbero in sede - con conseguente stop alla cassa integrazione - nel caso in cui il mondo del calcio dovesse rimettersi in moto.
A Trapani nei giorni scorsi una ventina di addetti hanno dichiarato di non aver riscosso neanche una mensilità da gennaio in poi. Il club ha risposto con una lunga nota dell’avvocato Paolo Giuliano nella quale si afferma fra l’altro che «Alivision ed i dirigenti del Trapani lavorano ogni giorno, insieme ai propri dipendenti (che nessuno avrebbe mai voluto mettere in difficoltà), per poter fare in modo che lo spettacolo del calcio possa ancora rallegrare in futuro i cittadini e gli splendidi tifosi del Trapani».
Anche in serie A alcuni club hanno deciso di chiedere la cassa integrazione per i dipendenti: fra queste il Napoli. Il ds Giuntoli e l’allenatore, l’ex nerazzurro Gattuso, hanno deciso di donare parte del loro stipendio ai lavoratori. Bellissimo gesto, e che peraltro fa tornare alla mente gli ultimi mesi drammatici della gestione Petroni a Pisa.
E all’estero? Un caso eclatante arriva dall’Inghilterra, dove il Tottenham ha annullato la decisione di utilizzare il piano del governo inglese per i suoi dipendenti amministrativi causa emergenza coronavirus, a seguito delle critiche dei suoi tifosi. Il 31 marzo scorso il club aveva annunciato che 550 dipendenti avrebbero avuto un taglio del 20% . Ma ieri gli Spurs hanno annunciato che tutti i dipendenti percepiranno per intero le rispettive retribuzioni “per i mesi di aprile e maggio”. —
antonio scuglia
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