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Edoardo Braiati «Ci servivano gli insulti per rendere al 100%»

Edoardo Braiati «Ci servivano gli insulti per rendere al 100%»

PISA. Edoardo Braiati sa come si vincono i playoff, ma è consapevole di quanto sia ostico un rivale del calibro di Piero Camilli. Il centrocampista, ancora in attività a 38 anni nella Portuense...

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PISA. Edoardo Braiati sa come si vincono i playoff, ma è consapevole di quanto sia ostico un rivale del calibro di Piero Camilli. Il centrocampista, ancora in attività a 38 anni nella Portuense (formazione di Promozione della provincia ferrarese), era una colonna del Pisa che vinse gli spareggi nel 2007 agli ordini di Braglia e che poi sognò in B ispirato da Ventura. Quella brillante formazione fu però sempre imbrigliata e spesso sconfitta dal Grosseto di Camilli, diventato una bestia nera del team rossocrociato.

Braiati, come giudica il cammino dei nerazzurri?

«Per il Pisa è stato un campionato particolare, anche perché secondo me nel girone A c’erano tante buone squadre, non solo le prime due classificate. Il Livorno ha disputato un ottimo campionato, ma poi è incappato in un blackout. Compagini forti ed esperte hanno perso punti con le piccole».

Ancora Camilli sulla strada verso la serie B, stavolta al comando della Viterbese...

«Camilli è abile a stimolare il proprio pubblico. Secondo me contro il Pisa sarà ancora più carico. Ricordo le partite giocate a Grosseto, chiuse in 9 uomini. Volò anche qualche insulto. Adesso i playoff di serie C sono lunghi ed estenuanti. Anche noi arrivammo terzi, dopo aver perso a Venezia, a causa di un doppio errore, mio sulla linea laterale e di Morello in porta. Quella sconfitta ci servì per giungere ai playoff ancora più arrabbiati e vogliosi di far bene».

Il Pisa attuale sembra l’opposto del suo sotto l’aspetto tecnico e caratteriale...

«Noi eravamo una squadra agli antipodi rispetto a questa, dove però ci sono buoni calciatori. De Vitis ha giocato nella Spal, come Di Quinzio, che a Ferrara è stato mio compagno. Eusepi è un giocatore che da avversario mi è sempre piaciuto, difficile da marcare. Noi eravamo una squadra pratica. Molti avevano già vinto e sapevano cosa fare. Ricordo che Ferrigno e Biancone non giocavano bene contro la Pro Sesto o altre piccole squadre, davanti ad un pubblico poco numeroso, perché avevano bisogno di sentire gli insulti per rendere al meglio. Anch’io ero fatto così. Di Quinzio è un giocatore diverso, ma è un bravo ragazzo, dotato di buoni piedi».

Nei playoff si sta facendo strada anche il Cosenza di Piero Braglia. Al di là dei successi ottenuti alla Juve Stabia, forse il mister grossetano non ha più trovato una squadra che come quel Pisa incarnasse il suo carattere...

«Ricordo che fu lui a volermi a Pisa. Io non lo conoscevo. Mi fu detto che mi aveva visto giocare le due partite contro la sua squadra ed altre in televisione. Fui sorpreso nell’apprendere di essere uno dei primi tre nomi nella sua lista. Con il tempo ho capito il motivo: eravamo tutti giocatori con un anno di contratto e stipendi bassi. Il premio promozione era esattamente uguale al mio ingaggio stagionale. In scadenza e guadagnando poco, non potevamo far altro che lottare per vincere. Ero sereno, anche dopo la finale d’andata persa a Monza, perché nelle partite importanti non fallivamo mai. Riuscimmo a trascinare persino un ragazzo come Ciotola, molto più tranquillo di noi, che divenne decisivo in finale». (m.b.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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