Il presidio
L’ex Rosin: il mister piacentino? Da sempre serio e preparato
PISA. Metà allenatore professionista e metà assicuratore. Arnaldo Franzini non si limita al mestiere della panchina. Come Sarri e Indiani, anche il tecnico del Piacenza, con concretezza, si è...
PISA. Metà allenatore professionista e metà assicuratore. Arnaldo Franzini non si limita al mestiere della panchina. Come Sarri e Indiani, anche il tecnico del Piacenza, con concretezza, si è costruito una prospettiva lavorativa parallela a quella calcistica, e a differenza dei colleghi continua ad alimentarla dopo essere approdato in serie C. I piedi ben piantati in terra lo hanno aiutato anche nel mondo del pallone. Per il Pisa è sempre stato un avversario ostico: lo ricordiamo alla guida del Pro Piacenza, che nel 2014-15 da neopromosso rifilò al team di Braglia la prima, clamorosa, sconfitta in campionato.
Nella sua carriera il doppio salto dalla Promozione alla serie D al timone del BettolaPonte, poi fuso con il Pro Piacenza. Il tecnico ha condotto fra i professionisti, una dopo l’altra, le due squadre del capoluogo emiliano. Da calciatore - un centrocampista con il vizio del gol, vittorioso all’Arena in un Pisa-Rimini (3-4) del 1997-98 - Franzini è stato compagno di squadra di un indimenticato ex portiere nerazzurro: Mauro Rosin, numero uno del Pisa di D’Arrigo nel 1999-2000 e adesso preparatore degli estremi difensori del Vobarno nell’Eccellenza lombarda.
Rosin ha giocato con Franzini a Montichiari nel 2001-02: «L’ho perso un po’ di vista – ci confessa – perché ognuno è andato per la sua strada. Ricordo un ragazzo serio e preparato: lo era da giocatore e lo è da allenatore. Capiva bene di non avere qualità tali da poter ambire ad alti livelli. La sua forza era nella percezione del limite. Sebbene giocasse in serie C, pensava al futuro. Già si era messo in proprio come assicuratore».
Nelle 26 stagioni della carriera di Rosin, dai 17 ai 43 anni, Pisa non è stata una semplice tappa: «Indimenticabile la gara di Livorno. Ricordo che avevo ancora la mascherina protettiva al naso, rotto nella trasferta di Varese. Giocare davanti a 18-20mila persone non si può scordare».
Un coro personalizzato era riservato all’estremo difensore ligure: «Sicuramente fui favorito dal gemellaggio fra le tifoserie del Pisa e della Carrarese, squadra in cui ero considerato il sindaco. La mia forza è il fatto di aver sempre dato tutto».
Il Livorno nello stesso girone ed il Siena in testa: tutto sembra tornato come nel 1999-2000. Il Pisa di Rosin si fermò al secondo posto e in semifinale playoff con il Brescello. Anche quel Pisa accusò un periodo negativo alla fine dell’inverno (2 punti in 5 gare), ma si rialzò più forte di prima, percorrendo 16 delle ultime 18 lunghezze a disposizione. Rosin ha una spiegazione: «Eravamo una squadra giovane. Iniziammo benissimo il campionato, poi accusammo un calo fisiologico. Alla fine però vincemmo la Coppa Italia e sfiorammo la promozione. Avevamo calciatori importanti, che avrebbero potuto giocare nella B di oggi e alcuni in A».
Determinante la personalità dello stesso Rosin e di elementi come Quaranta, Serra, Andreotti, Savoldi, dote che non sempre riscontriamo nel Pisa attuale: «Ciò che noto nei giovani di oggi – riflette Rosin – è soprattutto lo scarso attaccamento alla maglia. Forse dipende dal fatto di giocare in prestito o di sentirsi poco apprezzati, ma è come se tutto fosse dovuto. Ai miei tempi i ragazzi di 16 anni emergevano senza bisogno di agevolazioni, anche perché seguivano i calciatori più anziani. L’allenatore, indipendentemente dall’età che aveva, era rispettato e considerato un punto di riferimento, mentre adesso anche a 17 anni un calciatore ti risponde se provi a rimproverarlo».
Massimo Berutto
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