Il presidio
Gian Piero Ventura e un sogno svanito per i tifosi nerazzurri
In molti speravano di rivedere ai Mondiali di Russia il calcio-spettacolo della prima stagione pisana
2 MINUTI DI LETTURA
PISA. Nel dramma calcistico della Nazionale, esclusa dalla fase finale dei campionati mondiali (come non accadeva da sessant’anni), è svanito un piccolo sogno tutto nostro: rivedere in azzurro quel calcio spettacolare che Gian Piero Ventura in nerazzurro era riuscito a realizzare nell’esaltante campionato 2007-08.
Alla guida dell’Italia è stata tutta un’altra musica, più simile alla seconda annata rossocrociata del tecnico genovese, autore di un buon cammino fino alla gara di ritorno con la Spagna e ad un pesante 3-0, da cui Bonucci e soci non si sono più rialzati, andando incontro ad un fallimento, facendo le debite proporzioni, simile a quello del Pisa nel 2009. Il match Italia – Svezia è sembrato la fotocopia di Pisa – Giana Erminio o di Pisa – Gavorrano, più che un remake delle indimenticabili gare di La Spezia o Frosinone.
MAI COME A PISA. Ventura anche fuori dal campo non è stato spumeggiante come lo ricordavamo, finito nel tritacarne della critica per indubbie colpe, ma assai più violentemente di alcuni suoi tutt’altro che brillanti predecessori sulla panchina azzurra, protetti da un curriculum più prestigioso. Fatto a pezzi soprattutto il 4-2-4, mal digerito da quasi tutti i commentatori e anche dagli stessi calciatori.
Forse mai a Pisa il mister ligure ha trovato interpreti con le giuste caratteristiche per interpretare il proprio calcio, sebbene la qualità complessiva fosse ovviamente inferiore a quella dei big di serie A.
DA CERCI AD INSIGNE. Soprattutto il quartetto offensivo nerazzurro era composto di calciatori complementari, che sembravano nati per giocare insieme, malgrado si fossero incrociati sulle rive dell’Arno provenendo da percorsi molto diversi. Forse solo D’Anna, con la sua duttilità e la capacità di ribaltare l’azione, trova un valido alter ego nell’interista Candreva. Belotti e Immobile non hanno mai danzato a tempo al centro dell’attacco come invece facevano Kutuzov e Castillo. Insigne non ha mai accettato fino in fondo il ruolo di attaccante esterno, che invece calzava a pennello a Cerci, il quale però aveva dietro di sé un terzino bloccato come Zoppetti, che lo sollevava dal compito di rientrare in fase difensiva.
Probabilmente una squadra neopromossa in B, con alcuni innesti azzeccati dal diesse Petrachi, era più disposta ad imparare rispetto ai presunti talenti della massima serie, alcuni pluriscudettati e già campioni mondiali, davanti ad un allenatore che aveva vinto molto meno di loro. (m.b.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Alla guida dell’Italia è stata tutta un’altra musica, più simile alla seconda annata rossocrociata del tecnico genovese, autore di un buon cammino fino alla gara di ritorno con la Spagna e ad un pesante 3-0, da cui Bonucci e soci non si sono più rialzati, andando incontro ad un fallimento, facendo le debite proporzioni, simile a quello del Pisa nel 2009. Il match Italia – Svezia è sembrato la fotocopia di Pisa – Giana Erminio o di Pisa – Gavorrano, più che un remake delle indimenticabili gare di La Spezia o Frosinone.
MAI COME A PISA. Ventura anche fuori dal campo non è stato spumeggiante come lo ricordavamo, finito nel tritacarne della critica per indubbie colpe, ma assai più violentemente di alcuni suoi tutt’altro che brillanti predecessori sulla panchina azzurra, protetti da un curriculum più prestigioso. Fatto a pezzi soprattutto il 4-2-4, mal digerito da quasi tutti i commentatori e anche dagli stessi calciatori.
Forse mai a Pisa il mister ligure ha trovato interpreti con le giuste caratteristiche per interpretare il proprio calcio, sebbene la qualità complessiva fosse ovviamente inferiore a quella dei big di serie A.
DA CERCI AD INSIGNE. Soprattutto il quartetto offensivo nerazzurro era composto di calciatori complementari, che sembravano nati per giocare insieme, malgrado si fossero incrociati sulle rive dell’Arno provenendo da percorsi molto diversi. Forse solo D’Anna, con la sua duttilità e la capacità di ribaltare l’azione, trova un valido alter ego nell’interista Candreva. Belotti e Immobile non hanno mai danzato a tempo al centro dell’attacco come invece facevano Kutuzov e Castillo. Insigne non ha mai accettato fino in fondo il ruolo di attaccante esterno, che invece calzava a pennello a Cerci, il quale però aveva dietro di sé un terzino bloccato come Zoppetti, che lo sollevava dal compito di rientrare in fase difensiva.
Probabilmente una squadra neopromossa in B, con alcuni innesti azzeccati dal diesse Petrachi, era più disposta ad imparare rispetto ai presunti talenti della massima serie, alcuni pluriscudettati e già campioni mondiali, davanti ad un allenatore che aveva vinto molto meno di loro. (m.b.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
