Pisa, Freggia rivela: «Gattuso voleva comprare la società, ma Lucchesi s’oppose»
Il periodo d’inferno della tifoseria raccontato dall’ex vicepresidente Giancarlo Freggia. Tanti i retroscena svelati
PISA. È stato un anno molto intenso per Giancarlo Freggia, ex vicepresidente del Pisa calcio e presidente della Paim, la cooperativa sociale onlus che si occupa di servizi sanitari e sociali per infanzia, handicap, psichiatria e anziani. Perché vivere da pisano tutte le dinamiche della lunghissima crisi societaria che ha squarciato durante parecchi mesi gli animi di città e tifoseria non dev'essere stato senz'altro facile. In questa lunga intervista partiamo dalle origini.
Qual è stato l'inizio del rapporto tra Freggia e il Pisa e tra la coop Paim e il Pisa?
«Il rapporto tra Pisa e la Paim comincia dopo il fallimento Pomponi quando comprarono Battini e Camilli. Noi eravamo assieme a Copra, ma quando la trattativa con la nostra cordata non andò in porto decisi comunque di dare una mano facendo lo sponsor e non tirandomi indietro. In realtà, il rapporto importante è nato a luglio 2015: mio figlio Daniele era nello staff di Gattuso, il quale, imsieme a Lucchesi, avrebbe dovuto acquistare la Carrarese. Quando la trattativa con gli apuani non andò in porto, gli suggerii di acquistare il Pisa, ma lo stesso Lucchesi mi disse che non era possibile in quanto Battini non voleva parlare con lui. Allora, li misi in contatto io e il 15 agosto 2015 fecero il contratto proprio negli uffici della Paim. Inizialmente, ero al di fuori della società, che andò avanti tranquillamente fino a novembre quando Battini, proprietario ancora del 20%, non pagò la rata di 1,3 milioni di euro. Lucchesi mi chiamò per chiedermi una mano in un momento molto difficile, con gli altri soci pronti ad entrare che si erano però dileguati. Gattuso si offrì di acquistare in prima persona, ma Lucchesi non accettò perché disse che nel calcio un allenatore non può essere proprietario della squadra in cui lavora. A dicembre, poi, Lucchesi mi disse che aveva trovato la Terravision. Ammise che non sapeva chi fossero, ma erano l'unica soluzione per evitare il fallimento. I primi giorni di gennaio fui chiamato per entrare nel consiglio di amministrazione e accettai».
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Quali furono le prime impressioni del gruppo Terravision?
«Capii subito che le cose non tornavano, perché non avevano soldi da mettere dentro. Il milione e mezzo del 50% lo misero, ma poi nient’altro. Loro dissero che mancavano 350mila euro a marzo per pagare gli stipendi. Il giorno dopo dovetti garantire io, ma poco dopo feci una conferenza stampa, con lo scopo di denunciare pubblicamente una situazione inaccettabile. Quello che mi ha infastidito dei Petroni è che mi consideravano l'anello debole in quanto pisano e impossibilitato quindi a commettere errori. Già ad aprile-maggio io, Lucchesi e Gattuso cominciammo ad essere totalmente contrari ai progetti del Pisa Football College perché capimmo che non esisteva la dovuta chiarezza. Io gli ho anche intimato più volte di sospendere i flussi di denaro dal Pisa al College, ma da li cominciò il delirio».
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Ha pensato che la promozione in serie B avrebbe potuto sistemare le cose?
«Credevo di sì, anche perché o si veniva promossi o si falliva. Dalla promozione però cominciò una vera e propria guerra interna. Già a fine giugno Lucchesi cominciava a stare dalla parte dei Petroni e io con Gattuso stavamo dalla parte opposta. A luglio Gattuso mi chiamò e mi disse che se ne sarebbe andato, forse sperando anche di dare una scossa alla situazione. Io allora andai a parlare con i giocatori presentandogli la situazione e facendomi dare tre giorni di tempo per provare a riportare Gattuso dopodiché loro sarebbero stati liberi. Rino si convinse a ritornare, ma ebbi il grande litigio con Lucchesi che mi disse che non avrei dovuto interferire. Io presi le distanze da Lucchesi perché aveva fatto una scelta diversa dalla mia».
Il patto di Gallarate sembrò in un primo momento sanare tutte le diatribe e invece...
«Pochi giorni dopo Foggia chiamai Petroni per dirgli di incontrarci con Rino, disponibile a mettersi ad un tavolo purché una delle due parti (lo stesso Petroni e Lucchesi) rilevasse il 100% delle quote. Andammo a quell'incontro di Gallarate dove capimmo che loro non volevano vendere e che forse erano disponibili ad acquistare. Furono momenti molto sofferti. Riprovammo a partire facendoci dare delle garanzie, compresa la presenza di Gattuso nonché il rispetto delle altre posizioni. Passarono pochi giorni dal patto e fecero arrivare Tambone e Colonnello, quest’ultimo come allenatore della Primavera (quando sarebbe dovuto essere lo stesso Gattuso a supervisionare), non rispettando nemmeno uno dei punti. Molto arrabbiato, Rino se ne andò».
Qualche tempo dopo emerse la figura del banchiere italo-svizzero Pablo Dana, che è sembrato più volte ad un passo dal chiudere la trattativa...
«Si capì che a lui, il Pisa, non gliel'avrebbero mai venduto perché sin da subito disse che avrebbe riportato Gattuso e tenuto Lucchesi come direttore sportivo. Ad un certo punto ci abbiamo creduto tutti, inutile negarlo. Sono convinto che avesse i soldi a sufficienza per comprare il Pisa tant'è che Abodi garantì per lui e se avesse portato un altro allenatore la cosa si sarebbe chiusa. Forse i Petroni avevano interesse a far fallire il Pisa».
C'è stato un momento nel quale hai pensato realmente che il calcio a Pisa sarebbe definitivamente finito?
«La paura vera l'ho avuta nel momento in cui hanno rifiutato Dana, perché sapevo benissimo che non avendo i soldi sarebbero durati poco».
Per fortuna, poi, le cose sono andate diversamente grazie all'arrivo di Giuseppe Corrado e dei suoi soci...
«L'ho visto l'altra sera alla cena del Centro di Coordinamento ed è uno con le idee chiare. È un manager con la “m” maiuscola. Ha dietro un gruppo serio, compreso Ricci, con tanti patrimoni. Spero facciano dei progetti seri come hanno detto di voler intraprendere. Parlandoci ho avuto l'impressione che si sono trovati più debiti di quelli che pensavano esserci, ma vogliono andare avanti ed è un grande segnale».
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Il futuro di Giancarlo Freggia sarà di nuovo nel Pisa?
«Se me lo chiedessero sono disponibile a dare una mano. La prossima settimana andrò a trovare Corrado per aiutarlo nei rapporti che ho con tutte le realtà del territorio, ma per questo turno starei in panchina perché è stato un anno duro per me dove forse ho trascurato un po' le aziende».
Il rapporto con Fabrizio Lucchesi può dirsi definitivamente chiuso?
«Abbiamo preso strade diverse. Gli riconosco di saper fare il suo lavoro, ma non ho compreso per niente la sua ultima scelta».
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