Il Tirreno

Pisa

«Un matrimonio “finito” uno dei 2 dovrà lasciare»

di Emilio Chiorazzo
«Un matrimonio “finito” uno dei 2 dovrà lasciare»

«Ho chiesto 4 volte a Petroni di sapere quanto vuole per cedere le sue quote Non mi ha mai risposto. Ci sono imprenditori pisani pronti a entrare al suo posto»

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PISA. Un fiume in piena. Con il desiderio di fare chiarezza e la consapevolezza che questa sarà la prima e ultima volta che affronta l’argomento. Fabrizio Lucchesi, direttore generale del Pisa non si tira indietro. Vuole illustrare l’aspetto più tecnico delle due finali che valgono la promozione in serie B, ma è pronto ad affrontare la questione più spinosa di questi giorni, il dissidio con l’altro socio con il quale ha avviato questa avventura alla guida del Pisa calcio, Fabio Petroni.

Anche perché la situazione è insostenibile: l’allenatore Rino Gattuso ha chiesto - e ottenuto - che il suo contratto fosse risolto. Aveva un accordo per due stagioni ma dopo quel che sta accadendo vuole sentirsi subito libero di decidere il suo futuro. La società è in stallo finanziario perché i due soci - Lucchesi e Petroni - si parlano, ormai, solo attraverso gli avvocati. E c’è il rischio che il tempo sfugga di mano e si arrivi al giorno in cui c’è da adempiere alle pratiche di iscrizioni al prossimo campionato (qualunque esso sia), senza aver risolto la questione. Una storia già vista, da queste parti. «Questi giorni sono belli per tutti, non certo per me – dice subito Lucchesi – Ho cercato di non parlare, fino a oggi. Ma voglio chiarire la vicenda, perché vedo che la realtà viene mistificata».

Un racconto lungo e circostanziato. Che prende il via dall’estate scorsa, quando Fabrizio Lucchesi rileva il Pisa, accollandosi una serie di importi che facevano capo a Carlo Battini. «Il 22 gennaio 2016, con l’ ingresso formale di Petroni nella Carrara Holding, il Pisa ha potuto colmare un problema nato il 26 novembre, quando io e il mio gruppo di amici dovevamo far fronte a debiti per 3 milioni e 530 mila euro spettanti a Battini, visto che il 14 agosto, al momento della vendita, ci eravamo accollati parte dei debiti e il costo della gestione, più alcune fatture che sono sempre li ma che sistemeremo - spiega Lucchesi - In quel momento, quando vidi il debito, valutai delle opportunità, i soci miei scapparono perché avevano paura a entrare in una società così, Freggia a parte che mi è sempre stato vicino, e così mi trovai con due parti, e mi convinse di più Petroni, aveva il dente avvelenato con Battini: era da 4 anni che inseguiva il Pisa. Petroni ha messo 1 milione e mezzo nella causa, e io accettai subito che i soldi arrivassero sul conto corrente cointestato a me e l’avvocato Taverniti, con la firma congiunta: i soldi arrivati sono andati al Pisa per pagare la parte dei debiti che Battini non aveva pagato». L’inizio dell’avventura è lineare. Viene da chiedersi come si è arrivati a oggi. «A metà febbraio parte l’operatività della società: Petroni ha il ruolo di presidente, nel Cda arrivano un paio di persone di sua fiducia – spiega ancora Lucchesi – Si parte col primo progetto: è il Pisa Football College. La ritengo una buona idea, ma ho qualche dubbio sui tempi di attuazione e, successivamente, anche sui modi usati per organizzare il progetto. Non sono concilianti coi miei, ma mi dico: siamo soci, devo stare zitto, sul piano sportivo tutto fila liscio».

Invece, le crepe arrivano dall’esterno. «Alcune persone, come Gattuso e Birindelli prendono le distanze. Il tecnico chiede di andar via da Pisa. È un campanello d’allarme, provo a forzare la mano: se si va avanti, perdiamo Gattuso, che intanto chiede la risoluzione del contratto. L’ha avuta. La firma sul documento l’ha messa proprio Petroni. Io ero squalificato, non potevo». Lucchesi usa una metafora familiare, per far capire com’è la situazione all’interno della società. «Abbiamo fatto un matrimonio senza un periodo di fidanzamento prima – spiega – e ci siamo accorti che le abitudini di uno danno fastidio all’altro. A questo punto resta poco da fare: o l’uno o l’altro devono andar via. Ho chiesto a più riprese a Petroni di sapere qual è il prezzo che vuole, per lasciare le sue quote, quelle acquistate a un milione e mezzo. Ma non ho avuto risposte. Mi ha detto che intende parlarne dopo il 12 giugno: ma il 16 c’è la scadenza per l’iscrizione al prossimo campionato. Quattro giorni dopo aver vinto o perso la finale dei playoff, in piena festa o dentro l’amarezza più profonda. Come si può pensare che in quel frangente si possa trovare una soluzione che non siamo stati in grado di trovare fino a oggi? Se lui non cederà le sue quote, andrò via io. Non c’è una alternativa. Ed è un vero peccato, perché quando sono andato a bussare alla sua porta, proponendogli di cedere le sue quote, l’ho fatto con la consapevolezza di avere, alle mie spalle, alcuni imprenditori pisani, che sono pronti a sostenere l’impegno. Gente che in città conoscete, che si muove per amore del Pisa, della società e della squadra. E non solo per un mero calcolo finanziario».

La situazione è allo stallo. Sotto ogni punto di vista. «Non so se sarò capace di trattenere Gattuso – sbotta Lucchesi – con lui avevamo avviato un percorso che era un progetto, ancora valido: se si va in serie B, con 4 o 5 giocatori avremo una squadra attrezzata per quel campionato. Se invece resteremo in Lega Pro, basteranno un paio di innesti e potremmo fare un campionato come quello della Spal di quest’anno. Di vertice. Tanto più che per i giocatori del Pisa, abbiamo già molte richieste: e non solo per Varela, che nessuno conosceva e che ho portato io in città. Abbiamo richieste da squadre di B e addirittura anche dalla serie A».

Ma c’è immobilismo anche societario. «Certo – conclude Lucchesi – nessuno prende una decisione, sapendo che poi dovrà discutere con l’altro socio. Ormai andiamo avanti solo a lettere degli avvocati: ci scriviamo anche 4 o 5 volte al giorno».

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