Pisa-Pavia, un rimpianto che dura da 50 edizioni
Il professor Francini, classe 1914, doveva partecipare alla prima gara nel 1933 Ora grazie all’Alap potrebbe ritrovare qualcuno degli amici di quell’epoca
PISA. Acqua sotto i ponti, dal 1933 ad oggi, ne è passata tanta, ma la regata Pisa-Pavia è sempre un avvenimento. E quest’anno, con l’edizione numero 50 alle porte, la sua importanza è moltiplicata. Alla ricorrenza sportiva, oltretutto, si aggiunge un motivo di interesse storico, riguardante un ragazzo che doveva gareggiare nella prima edizione ed ora, dopo una bella carriera universitaria e professionale, ha spento da un pezzo 90 candeline.
Il professor Guglielmo Francini ha sempre ben impressi nella memoria i ricordi di quando era un giovane studente a Pisa nei primi anni Trenta .
Francini è nato a Fivizzano quasi un secolo fa (il 15 gennaio 1914) e da più di ottanta anni risiede a Grosseto, dove è conosciuto e apprezzato da sempre come chirurgo e direttore sanitario.
Con ogni probabilità, quel ragazzo di allora è oggi l’ultimo testimone diretto, o comunque uno degli ultimi, delle prime edizioni della regata studentesca Pisa-Pavia, che fra meno di due settimane celebrerà solennemente proprio a Pisa la sua cinquantesima edizione.
Ideata nel 1929 dal pontederese Lando Ferretti, potente capoufficio-stampa di Mussolini e grande appassionato di sport, la regata si ispirava al modello della nota competizione sportiva Oxford-Cambridge ed ancora oggi viene disputata a turno a Pisa ed a Pavia con cadenza tendenzialmente biennale.
In quegli anni il regime iniziava a controllare non solo l’Università come luogo di studio e di formazione, ma anche l’attività studentesca di carattere ricreativo e goliardico, partendo proprio dallo sport con la programmazione dei celebri “Littoriali”, competizioni tra studenti dei diversi Atenei.
Ricorda Francini: «Mi iscrissi all’Università di Pisa nel 1932, andando ad alloggiare da una sorella di mio padre che abitava sul Lungarno Galilei. Una casa spaziosa ma senza riscaldamento: d’inverno, al mattino, l’acqua per lavarsi dentro il bricco era diventata ghiaccio. Ho sempre avuto passione per lo sport e a Pisa noi studenti cercavamo di praticarlo a diversi livelli. Io ero un buon nuotatore ed insieme ad altri andammo a Milano per partecipare ai Littoriali dello Sport».
La domanda sorge spontanea: i risultati furono buoni? «Macché, rispetto ad altri concorrenti eravamo dei veri e propri improvvisati: del resto in quale piscina avremmo potuto allenarci? Molti di noi andarono a Milano con l’idea di fare una gita e di stare in allegria a spese dell’Università, ma quanto a medaglie…».
All’epoca ovviamente non esisteva il Cus: chi gestiva l’attività sportiva? «Naturalmente l’organo del regime, il Gruppo Universitario Fascista o Guf, al quale dovevamo obbligatoriamente essere iscritti. Io come appassionato di sport avevo un incarico di responsabile, ed insieme ad una delegazione pisana venimmo persino ricevuti a Roma da Mussolini».
Niente stretta di mano, ovviamente: «All’epoca era stata sostituita dal ‘saluto romano’…».
Torniamo alla Pisa-Pavia; gli allenamenti erano duri?«In effetti eravamo un bel gruppo di vogatori; ricordo il livornese Belais e il timoniere Prever (per il resto la memoria fa cilecca). Ci allenavamo nelle acque dell’Arno e la nostra base era dalla parte di Tramontana, proprio accanto alla Cittadella. Poi coi successivi bombardamenti tutto venne spazzato via, e quel poco che è rimasto lo si può vedere ancora oggi».
E il ricordo della partecipazione alla regata? «Purtroppo il mio non è un ricordo ma un rimpianto. Quando Bruno Innocenti, che gestiva le attività sportive del Guf, mi chiese di intensificare gli allenamenti in vista dell’imminente regata (era il periodo di Pasqua del 1933), mio padre che era uomo alquanto severo mi richiamò a casa perché studiassi senza troppe distrazioni. E ancora me ne rammarico perché nel 4 jole riuscivo piuttosto bene, anzi ero stato collocato nella voga centrale in quanto col mio metro e 75 di altezza ero considerato, all’epoca, un atleta di alta statura».
Poi vennero la Laurea, la famiglia, la guerra: «Ho partecipato alle campagne di Jugoslavia e di Russia come tenente medico. Sono uno dei pochi reduci della divisione alpina Julia, che in Russia sfondò l’accerchiamento nemico per consentire agli italiani la ritirata a 50 gradi sotto zero».
Ed oggi a parte i ricordi che legame conserva con la città di Pisa? «A Pisa ho le mie radici e il mio futuro. Mia madre Giuseppina Romiti era pisana, figlia dell’illustre anatomista Guglielmo Romiti al quale è intitolata una strada nel quartiere di Sant’Antonio. Ma a Pisa vivono anche mia figlia con la famiglia, i miei nipoti e i bisnipoti».
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