Dino Pagliari, la Spal nel destino
Massimo Berutto
L'allenatore nerazzurro esplose come giocatore proprio al Mazza
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PISA. Si prevede un esordio denso di ricordi per Dino Pagliari a Ferrara. Probabilmente non sarà come sarebbe stato il ritorno al Comunale di Firenze (dove cantavano «Lode a te Dino Pagliari») ma anche il «Mazza» è un impianto che ha segnato la vita calcistica del tecnico nerazzurro. Una struttura intitolata ad uno storico presidente che trascinò la Spal per 50 anni sino ai massimi livelli. Un talent scout che impiegava un attimo per comprendere le potenzialità di un giovane. Fra le sue ultime scoperte Dino Pagliari, che arrivò in terra estense nel 1975, in prestito dalla Fiorentina dove già era approdato dopo essersi messo in mostra nella natìa Macerata. Aveva 18 anni e dunque venne spedito dalla società gigliata a farsi le ossa in serie B. Alla Spal rimase per due campionati, compagno di squadra di Ottavio Bianchi e alle dipendenze, per qualche mese, prima dell'ex allenatore del Pisa Umberto Pinardi e infine della stella interista Luisito Suarez. Da quei due campionati e da un terzo, ancora in prestito, stavolta a Terni, uscì quel giocatore-hippy che infiammò le platee viola. A Firenze il pubblico notò la differenza: aveva lasciato un acerbo centravanti dal look inglese, sempre preciso e pettinato, e ritrovò un attaccante dalla folta capigliatura riccia e dalla lunga barba, disposto a correre attorno alla prima punta Ezio Sella per cercare spazi e ad arretrare fino a centrocampo per far respirare la retroguardia. I tifosi si sbizzarrirono nei soprannomi più curiosi, fra i quali Jesus Christ, Tupamaros (il paragone con un guerrigliero), Pagliariscatto (il riscatto della volontà). Famoso un suo gol rocambolesco alla Juventus. Ad aver colpito è soprattutto la semplicità dei modi nei piccoli gesti quotidiani, arrivando agli allenamenti a piedi, in bicicletta o al massimo a bordo di un Ciao. Di poche parole, con il borsone in spalla, ma con una mano sempre libera per un cenno di saluto.
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