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Pisa

La denuncia

Pisa, rivolta in carcere live su TikTok: microspie, cellulari clandestini e quell’esposto sullo spaccio tra detenuti – I punti oscuri

di Sabrina Chiellini

	Le auto delle forze dell’ordine davanti al carcere Don Bosco di Pisa
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Le auto delle forze dell’ordine davanti al carcere Don Bosco di Pisa

A primavera una lettera che richiamava l’attenzione sulle modalità nei controlli: «Fate in modo di arginare l’ingresso di stupefacenti nell’istituto penitenziario»

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PISA. A primavera, un esposto, arrivato anche alla nostra redazione, ha segnalato alle autorità un presunto giro di spaccio all’interno del carcere Don Bosco. Una lettera accorata, dalla quale emergeva uno spaccato di forte disagio, soprattutto per i detenuti tossicodipendenti. «Chi non paga i debiti viene picchiato e rischia la vita», si leggeva nell’esposto. E ancora, una disperata richiesta di aiuto: «Fate in modo di arginare l’ingresso di stupefacenti nell’istituto penitenziario». Alla luce di quella segnalazione, la presenza delle microspie in una sezione nella quale sono detenute anche persone accusate o condannate per reati legati allo spaccio, potrebbe far ipotizzare che i dispositivi di intercettazione ambientale siano stati installati nell’ambito di un’attività investigativa che va proprio in questa direzione. Un’ipotesi che, al momento, deve essere ancora verificata dagli inquirenti.

È proprio la scoperta dei dispositivi, secondo le prime ricostruzioni, ad aver contribuito a far esplodere la protesta che ha coinvolto alcuni detenuti dell’istituto penitenziario pisano.

Sul contenuto e sugli obiettivi dell’indagine restano infatti diversi aspetti da chiarire. I detenuti, una volta rientrati nelle proprie stanze, si sarebbero accorti della presenza delle apparecchiature e da lì sarebbe partita una protesta che presenta un elemento particolarmente inedito: la realizzazione di una diretta sui social, su TikTok, dall’interno del carcere. La diretta è stata possibile perché alcuni detenuti avevano a disposizione telefoni cellulari, nonostante il divieto di introdurli e detenerli all’interno dell’istituto penitenziario. Anche la presenza di questi dispositivi apre dunque un interrogativo: come sono entrati nel carcere e come è stato possibile utilizzarli durante la rivolta? Sono domande alle quali dovranno rispondere gli accertamenti in corso. Si tratta, peraltro, di un fronte distinto rispetto a quello relativo alle microspie. Da una parte c’è da ricostruire la finalità dei dispositivi di intercettazione ambientale; dall’altra occorre capire come alcuni detenuti siano riusciti a disporre di smartphone e a utilizzarli per documentare e trasmettere in diretta quanto stava accadendo all’interno del carcere Don Bosco.
 

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