L’Asl chiude l’Istituto internazionale Barco dopo il sopralluogo con i Nas: «Farmaci scaduti e struttura non accreditata»
L’azienda è ricorsa al Tar di Firenze che però ha respinto la richiesta di riapertura dell’istituto pisano: al centro del caso l’ossigeno-ozono terapia somministrata per via endovenosa
PISA. La porta al piano terreno del grande palazzo a vetri in una delle strade assolate di Ospedaletto è regolarmente aperta. Ma al piano superiore, dove normalmente si trovano pazienti in attesa di una visita o di un trattamento è tutto silenzioso e vuoto. L’attività dell’Istituto internazionale Barco è stata sospesa dal Comune sulla base di una nota dell’Azienda sanitaria locale.
Cosa è successo
Una vicenda complessa che – almeno per l’ultima parte – risale all’inizio di giugno. Il 4 di quel mese, infatti, viene svolto un sopralluogo congiunto da parte di personale dell’Asl e di carabinieri del Nas di Livorno. Durante l’operazione – spiega il rapporto – vengono trovate confezioni di farmaci scaduti o privi di autorizzazione al commercio, nonché altri dispositivi e presidi oltre la data di validità.
Il giorno successivo viene eseguito un secondo sopralluogo, sempre da parte di Asl e dei Nas. E in questo caso – si legge nel rapporto redatto – emerge che «la struttura sanitaria non è accreditata» con la Regione per il tipo di terapia proposta. Per di più. emergono difformità tra la destinazione d’uso di alcuni locali e «sono state riscontrate stanze adibite a degenza pur essendo la struttura autorizzata per attività ambulatoriale».
Autorizzazione revocata
A questo punto l’Asl invia una nota al Comune di Pisa che, tramite un’ordinanza, revoca l’autorizzazione all’attività del centro fondato e diritto dal professor Giovanni Barco.
La questione centrale della vicenda è quella dell’accreditamento e della terapia che viene svolta all’interno dell’Istituto. La struttura infatti, eroga prestazioni di ossigeno-ozono terapia utilizzando una miscela che viene somministrata per via endovenosa. In particolare il professor Barco è specializzato nell’utilizzo del cosiddetto ossigeno poliatomico liquido: in sostanza una miscela in acqua iniettabile di varie forme di ossigeno ottenute tramite un generatore di ozono.
Ora, questa terapia applicata a malattie croniche e oncologiche non trova concordi gli esperti sulla sua efficacia. Ma soprattutto era già stata esaminata nel 2018 dall’Organismo toscano del governo clinico, struttura consultiva della Regione in materia di sanità, che aveva stabilito paletti ben precisi proprio esaminando il “caso” Barco.
In primo luogo si puntualizzava che la somministrazione di Opl non può essere «in alcun modo annoverata tra le modalità di utilizzo della ossigeno ozono terapia, in quanto non contemplata nelle linee guida della società scientifiche di ozonoterapia e priva di pubblicazioni scientifiche sperimentali e cliniche che consentano di ricondurla all’impiego terapeutico dell’ozono». Si ricorda poi che questo tipo di trattamento non deve essere somministrato via endovenosa, «per il pericolo di embolia gassosa polmonare. Le società scientifiche italiane di ozonoterapia hanno vietato questo uso dal 1984». Ma soprattutto, scriveva l’organismo di governo clinico, «per la sicurezza del cittadino-paziente la somministrazione dell’ossigeno poliatomico liquido, tanto più se utilizzata per via endovenosa, deve essere eseguita unicamente in strutture pubbliche o private accreditate e con apposita autorizzazione sanitaria e solo all’interno i un percorso di sperimentazione clinica controllata, con il parere del comitato etico e previo consenso informato da parte del paziente».
Il ricorso al Tar
Condizioni che l’Istituto Barco non avrebbe, con il risultato della sospensione dell’attività. Un provvedimento che i legali della struttura hanno contestato, presentando ricorso al Tar e invocando prima una misura cautelare e poi la sospensiva, spiegando che ci sono pazienti che hanno trattamenti in corso che non si possono interrompere. Il presidente della seconda sezione del Tribunale amministrativo di Firenze, riguardo la prima richiesta, l’ha respinta scrivendo che «la prosecuzione delle terapie in condizioni di rischio è suscettibile di mettere in pericolo la tutela della salute degli stessi pazienti che vi si sottopongono».
Poche settimane più tardi anche il collegio, riunito per decidere sulla sospensiva, si è mantenuto sulla stessa linea: «Nel bilanciamento dei contrapposti interessi che vengono in rilievo nel giudizio, risulta certamente prevalente, sull’interesse economico di parte ricorrente, l’interesse pubblico affinché la somministrazione di qualsivoglia terapia avvenga in condizioni di accertata e sicura assenza di rischi per la salute dei pazienti che vi si sottopongono». E, dunque, l’Istituto Barco almeno per il momento rimane chiuso.
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