Andrea Lacorte, rientro anticipato dal Polo Sud: «Non ce l’ho fatta e mi dispiace, ho visto la morte in faccia»
Il 64enne presidente di PharmaNutra racconta il motivo per cui ha interrotto la spedizione: «Ho ancora negli occhi lo splendore di questo gigantesco deserto di ghiaccio senza fine che è l’Antartide»
PISA. «Non ce l’ho fatta e mi spiace, perché sono una persona molto competitiva e mi ero preparato al meglio, ma la vita è fatta di scelte, l’importante è saper prendere quelle giuste al momento giusto. Se non l’avessi fatto, non sarei qui, a casa, a parlarne».
Le parole di Andrea Lacorte, rientrato proprio a Pisa dal Cile con un volo di linea, sono finalmente serene e altrettanto perentorie, la voce è quella di chi ha vissuto un’esperienza forte, al limite, ma che finalmente, dopo aver passato dei momenti difficili in pieno continente Antartico, ha ritrovato la serenità.
Partito lo scorso 5 dicembre, con due compagni di avventura, per una spedizione al Polo Sud - 111 chilometri da percorrere con sci e slitte al seguito, con punte di -50°, venti fino a 180 km/h d’intensità e pochissimo ossigeno visto che parliamo di un’altezza di 3200 metri, oltre 4000 percepiti per via della curvatura terrestre - il 64enne co-fondatore e presidente di PharmaNutra S.p.A., azienda che rappresenta un fiore all’occhiello per tutto il territorio toscano, è stato costretto a interrompere la missione dopo un giorno e mezzo di cammino.
«Le condizioni erano davvero molto estreme, io ho iniziato ad avere una tachicardia fortissima, 160 battiti al minuto, sudavo e poi mi raffreddavo subito rischiando anche di andare in ipotermia. Ho capito che non era il caso di continuare, anche perché circa un mese fa ho subito un piccolo intervento in anestesia totale che ha momentaneamente compromesso le mie capacità respiratorie e sarebbe stato davvero stupido, considerate queste avvisaglie, andare avanti e rischiare quindi la vita».
Peraltro, appunto, in condizioni abbondantemente al limite, sperduti nel Sud del mondo, senza assistenza diretta. E con il serio rischio, in caso di malore, di essere recuperati solo dopo ore e ore di attesa. «Ovviamente la questione principale era proprio questa, il totale isolamento. Eravamo in un posto sperduto, al momento in cui ho alzato bandiera bianca ci sono volute 4 ore e mezza perché il primo soccorso ci raggiungesse, quindi andare avanti sarebbe stato da idioti. Non devo dimostrare niente nessuno, se non a me stesso di non essere un incosciente. Proseguire, rischiando la morte, non avrebbe giovato né a me né alle persone a cui voglio bene. Sono felice della scelta che ho preso, ho visto la morte in faccia e non è stato un bell’incontro perché a vederla così, da vicino, è davvero brutta», prosegue Lacorte, che una volta recuperato è stato subito assistito da un medico per essere poi riportato al primo campo base, ad una decina di chilometri dal Ghiacciaio Union, mentre gli altri due membri della spedizione, Giovanni Bucarelli e Matteo De Luca, proseguivano verso l’Amundsen-Scott South Pole Station d’accordo con lo stesso Lacorte. «L’organizzazione è stata perfetta, davvero presente, e per questo ho detto a Giovanni e a Matteo di stare tranquilli e di andare avanti anche senza di me. Una volta rientrato al campo base abbiamo fatto tutte le verifiche del caso e poi sono rientrato in Cile, per poi finalmente tornare a casa. Ho ancora negli occhi lo splendore di questo gigantesco deserto di ghiaccio senza fine che è l’Antartide, un posto incantato, sembra di essere in un altro pianeta, ma tanto magico quanto subdolo e potenzialmente mortale se non fai le cose nel modo giusto».
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