Pisa, bimbo conteso: mamma a giudizio per maltrattamenti e calunnia. Perché la vicenda si è ribaltata
La donna aveva denunciato quindici persone presenti il giorno dell’esecuzione di un provvedimento che affidava il bambino al padre
PISA. La storia di un bambino conteso tra genitori che si sono separati scegliendo di vivere in città diverse. Il figlio è al centro delle cronache per una serie di querele incrociate, con sentenze del tribunale e numerosi altri provvedimenti vari e costi impegnativi. C’è in mezzo un bambino che, nel frattempo, ha vissuto tra Roma, Pordenone, Calci, Pisa e Catania. Sono versioni opposte quelle dei genitori.
Ieri a Pisa si è aperta l’istruttoria del processo nei confronti della madre del minore e del compagno della donna. Tutto nasce dal giorno in cui il padre del bimbo, insieme a undici poliziotti (sette in casa e quattro rimasti fuori per controllare alcune manifestanti) una educatrice, una assistente sociale e un curatore speciale del minore si sono presentati a casa della madre per dare esecuzione a un decreto di affidamento in via esclusiva al padre. La donna, oltre che del reato di calunnia, deve rispondere della mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, sottrazione di minore e maltrattamenti contro familiari. Il padre del bambino, il curatore speciale, un dirigente della Questura e i poliziotti presenti quando il bimbo è stato affidato al padre, come disposto dalla sentenza del Tribunale di Pisa, si sono costituiti parte civile. I servizi invece non si sono costituiti.
E ieri i giudici del collegio penale hanno sentito i primi testimoni indicati dalla Procura. Proprio con l’intento di chiarire il ruolo della madre e del compagno nel giorno in cui il padre, che non riusciva a vedere il bambino, era andato a casa della donna sperando di poterlo vedere. «Più volte nel corso degli anni ho cercato di vedere mio figlio – ha testimoniato – poche volte ci sono riuscito». Il bambino spesso lo avrebbe respinto, arrivando a gridargli contro: “Tu non sei mio padre”. Una storia di grande sofferenza, ripercorsa in una testimonianza fiume dal padre per ribadire che il minore non era stato “strappato” alla madre. Nel frattempo il bambino, dopo avere vissuto due anni a Catania con il padre è stato di nuovo affidato alla madre, mentre continua la battaglia legale tra i due ex che hanno un figlio in comune. Ma questa è storia più recente. Invece tre anni fa un provvedimento del tribunale lo aveva affidato al padre in Sicilia. «Sono andato a prenderlo a casa una prima volta – ha detto il padre – ma non c’era nessuno. Alla fine il provvedimento è stato eseguito, alla presenza degli assistenti sociali con l’intervento della polizia». Come si è arrivati al processo di ieri? Le persone presenti sono state tutte denunciate dalla madre, che lavora nel settore della sanità. Ma le accuse, che hanno tenuto sulla graticola le persone intervenute per fare rispettare il provvedimento giudiziario, sono state archiviate. Sono rimaste senza riscontri oggettivi. In seguito la Procura (il pm è Aldo Mantovani ha aperto d’ufficio un altro fascicolo arrivato fino al dibattimento di ieri.
Oltre al padre ieri sono stati sentiti un dirigente della Questura e il curatore speciale del minore avvocato Stefania Mezzetti.
Anche dalle loro deposizioni è emerso che quel giorno non c’era stata alcuna violenza. «La mamma non mi aveva aperto la porta, diceva che il bimbo aveva il Covid e non lo mandava a scuola. Sono stata io a chiedere la forza pubblica», ha detto Mezzetti. A margine dell’udienza l’avvocato Mezzetti ha ribadito di essersi costituita parte civile ma che un eventuale risarcimento andrà ai servizi sociali da destinare a un progetto speciale. L’udienza è stata seguita dalle donne del gruppo MaternaMente e di varie associazioni come la Casa delle Donne Pisa e Non Una di Meno che si sono schierate con la madre e hanno organizzato un presidio davanti al tribunale. Il processo è stato aggiornato al 27 febbraio.
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