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L’intervento

Pisa, minaccia di buttarsi in Arno: «Salvato grazie a un abbraccio»

di Andreas Quirici
Pisa, minaccia di buttarsi in Arno: «Salvato grazie a un abbraccio»

Il racconto del sovrintendente capo della questura Francesco Locci: «Lo conosciamo, aveva solo bisogno di attenzioni»

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PISA. Dieci minuti alle 7, suona l’allarme. «C’è un tizio che sembra volersi buttare da Ponte di Mezzo», dice un cittadino al centralino della questura. Il turno di mattina delle volanti inizia di lì a poco. Ma la chiamata dice di fare presto. E si parte. In un’auto della polizia il sovrintendente capo Francesco Locci e l’agente Alessandro Scardaci. Sull’altra l’assistente capo coordinatore Jonni Tozzini e l’agente scelto Davide D’Agostino. Il 36enne di Milano è quasi all’altezza della croce pisana e guarda il lato di Giardino Scotto. È un senzatettto che i poliziotti conoscono. Chiede soldi in strada, non ha mai dato fastidio. Ma sembra non avere il controllo. Scena leggermente diversa da quella dell’aprile 2017 quando un padre di famiglia minacciava di buttarsi in Arno aggrappato al pennone, gesto che gli è valso il premio I Care di Misericordia e Il Tirreno. E anche in quella circostanza c’era Locci, una sorta di specialista dei salvataggi di persone disperate disposte a farla finita. E anche l’altra mattina, come quasi sette anni fa, il 57enne con 38 anni di servizio, è riuscito a evitare la tragedia.

«Il nostro è un lavoro di squadra – dice il poliziotto, pisano doc – . Da soli non si riesce a fare niente di buono». E anche nell’ultimo caso è emblematica l’importanza della chiamata da parte del cittadino che per primo ha visto la scena. «Cinque minuti più tardi e sarebbe stato tutto inutile – spiega Locci – ed è per questo che diventa fondamentale la collaborazione delle persone in situazioni simili. Poi c’è il lavoro dei nostri centralinisti e di tutti quelli che riescono a farci arrivare in tempo nel punto preciso. In quegli istanti tutto è delicato, ogni mossa ha un’importanza vitale. Ma quel che conta è saper comunicare con chi è in difficoltà. L’umanità deve essere la prima cosa che ci guida, soprattutto in un mondo come quello attuale dove la solitudine della gente a volte deflagra e rischia di creare danni irreparabili».

Come nel caso del 36enne che si sporgeva dal parapetto di Ponte di Mezzo.

«Non ha mai creato problemi – riprende il sovrintendente capo, sempre in servizio sulla strada – ed è bastato chiamarlo perché si girasse e abbracciasse Tozzini, allontanandosi dal pericolo e mettendosi a piangere. Aveva bisogno di attenzioni e noi gliele abbiamo date. Si è messo a raccontarci le sue vicissitudini, compresa una situazione familiare non semplice. Il personale sanitario giunto in ambulanza ci ha lasciati fare, tanto che siamo stati noi ad accompagnarlo al pronto soccorso, dove si è presentato come Gesù».

Gli agenti sono andati con lui anche nel reparto di psichiatria, dov’è stato ricoverato. E dove Francesco Locci ha riconosciuto un altro paziente. «Quello che pochi giorni fa, dopo essere stato buttato fuori da un locale a Marina di Pisa, è tornato a casa e ha preso un coltello per andare a farsi giustizia – racconta il poliziotto – . Quando lo abbiamo intercettato abbiamo pensato di farlo vedere perché magari aveva bisogno di aiuto. Ed è stato giusto così. Quando mi ha visto in ospedale, mi ha ringraziato».

Storie di strada, di disperazione, di esperienza maturata sul campo che viene utilizzata nella quotidianità a fin di bene, per aiutare il prossimo. «Ci addestrano a evitare l’uso della forza – sottolinea Locci – anche se non sempre è possibile. Ma dobbiamo sforzarci di parlare, di essere comunicativi e di risolvere i problemi senza danni per noi e per gli altri che abbiamo di fronte».

Cambi di stagione, feste come quella di Natale o di Pasqua, estate. Sono questi i momenti in cui le fragilità emergono in tutta la loro devastazione. «In questi frangenti la solitudine si fa sentire maggiormente – riprende il sovrintendente capo – e si verificano situazioni come quella sul Ponte di Mezzo. Allora c’è bisogno di avere le idee chiare, ma soprattutto di mettersi nei panni di chi è dall’altra parte. Una parola dolce, gentile, un abbraccio possono servire per far desistere dal gesto estremo e far capire che non tutti ti voltano le spalle e che i problemi, se affrontati con qualcuno a fianco, si possono risolvere».

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