Il presidio
Bastioni, baluardi e terrapieni per dare più forza alle mura
Con l’avvento dei Medici quasi tutte le torri cittadine vennero mozzate. Nuove strutture si resero poi necessarie per adeguare il sistema difensivo
PISA. Abbiamo già scritto riguardo alle mura di Pisa, a proposito degli aneddoti e delle porte più significative attraverso i secoli.
Per una esaustiva conoscenza di tutti gli aspetti storici e tecnici di una delle cinte difensive medievali meglio conservate d’Europa dobbiamo forzatamente consultare i lavori di ricerca di Emilio Tolaini, il quale a sua volta trae le informazioni più intime dagli “Annales” di Bernardo Maragone.
È ormai acclarata l’esistenza di due precedenti sistemi difensivi, uno antico (romano) e uno altomedievale.
Le mura attuali furono pensate non solo a difesa della città, ma anche per dare un’idea urbanistica di città: molte infatti le zone agricole della Pisa antica che venivano racchiuse e che avrebbero permesso uno sviluppo ulteriore della popolazione.
La costruzione, come ricordano le cronache, fu avviata sotto il consolato di Cocco Griffi nell’estate del 1154 e durarono una trentina d’anni, fino al 1187.
I lavori, suddivisi in lotti, partirono dalla zona del Duomo, demolendo e in parte inglobando alcune strutture dell’apparato difensivo di cui la Pisa carolingia si era dotata.
Nel 1284 fu aggiunta la cerchia della Tersana, per un totale complessivo di 7 chilometri di cinta muraria, alta in media 11 metri e spessa 2,2 metri.
Interessantissimo (ma non lo facciamo ora) sarebbe approfondire le tecniche costruttive utilizzate, le fondazioni, i materiali e alcune deviazioni di percorso forzate come nella zona di Santa Marta.
Vediamo invece oggi cosa è successo (e cosa rimane) delle opere aggiuntive a protezione della città.
Già alla fine del Trecento i pisani avevano provveduto a fortificare alcuni punti sensibili e vicini ai varchi più importanti: torri e baluardi furono eretti presso la Porta San Marco, presso la Porta del Parlascio, in zona Stampace e in zona Barbagianni.
Con le successive occupazioni di Pisa (1406 e 1509) e con l’avanzare del progresso tecnologico delle armi (polvere da sparo), le nostre mura originali non costituivano più un efficace sistema difensivo.
Nel piano di “alienazione della pisanità” attuato dai Medici dopo il 1406, le porte che avevano dato lustro alla città furono chiuse, quasi a spregio: è il caso della Porta del Leone e della Porta del Parlascio, sostituite rispettivamente dalla Porta Nuova e dalla Porta a Lucca.
Quasi tutte le torri furono mozzate, ma per quanto riguarda il sistema difensivo le mura rimasero intatte e fu messo in atto un progressivo rinforzo fatto di bastioni esterni, baluardi e terrapieni.
A cavallo tra Cinquecento e Seicento furono realizzati ben 15 bastioni e un complesso sistema di terrapieni a “mezzaluna” che circondava la città, insieme con un fossato.
Da una pianta di metà del secolo XVI si evincono nomi e posizioni.
La situazione dei bastioni e dei terrapieni è ancora più evidente nella pianta “Scorzi” di fine Seicento, dove la città, dall’esterno, appare più simile a Lucca.
Terrapieni e fortificazioni persero la loro funzione nel Settecento con l’avvento dei Lorena, che ebbero anche da bonificare l’aria malsana proveniente da quel fossato, un tempo a difesa della città, che riceveva tutti gli scarichi del centro storico.
La città moderna ha poi cancellato quasi tutte le tracce di queste fortificazioni esterne alle mura.
Ma ha anche cancellato importanti tratti di cinta medievale per esigenze urbanistiche, un danno ormai irrecuperabile di cui si parla sempre molto poco, anche ora che è stato recuperato il camminamento in quota.
Di quel periodo rimangono i bastioni più significativi (Stampace, Barbagianni, Parlascio, San Giorgio) che meritano singolarmente di essere studiati, restaurati e raccontati per le tante storie che hanno da raccontare.
Rimangono ancora alcuni toponimi (via delle Trincere, via del Bastione) e la posizione particolare di alcune strade (ad esempio via Marche e via Molise nel quartiere di Porta a Lucca) che ricalcano l’andamento dei terrapieni seicenteschi.
Anche dalle piante del Catasto Leopoldino, non essendo la zona fuori le mura ancora urbanizzata, risultano abbastanza evidenti le anomalie del terreno che indicano le tracce dei terrapieni. Segni di una Pisa del passato che in qualche modo resiste per testimoniare la sua storia, il suo sviluppo, le sue mutate esigenze e i suoi cambiamenti nel tempo.
Amare la propria città significa anche studiarla e farsi delle domande, anche solo sfogliando qualche vecchia cartina o passeggiando con occhio attento in alcuni luoghi in cui spesso passiamo distrattamente.
Il mio personale invito è quello di farlo spesso.l
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