Italia
L'allarme della consigliera della Cassazione: «Ragazzi, attenti a ciò che pubblicate sui social»
Dianora Poletti, neo consigliere della Corte di Cassazione, lancia l’allarme sui rischi della navigazione sul web
PISA. «Fondamentale per me è puntare alla digitalizzazione del sistema giudiziario, mentre ai giovani dico: attenzione a quello che pubblicate sui social». A parlare è la professoressa Dianora Poletti, ordinario di Diritto privato e di Diritto dell’informatica all’Università di Pisa. Poletti è stata nominata recentemente consigliere della Corte di Cassazione, per meriti insigni, dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Autorevole studiosa della protezione dei dati personali, tema sempre più attuale, legato alle implicazioni giuridiche delle innovazioni tecnologiche, Poletti è stata una pioniera in questo tipo di ricerche che hanno portato la docente ad attivare all’Ateneo pisano, dall’anno accademico 2002-03, uno dei primi insegnamenti curriculari.
Professoressa Poletti, che consigli si sente di dare ai giovani che si affidano ai social, mettendo sulla rete anche informazioni private?
«Ormai siamo considerati come produttori di dati e su queste informazioni, che forniamo gratuitamente, i Big Players della rete hanno costruito il loro business. Ai giovani raccomando attenzione alla formazione della cosiddetto web reputation, dato che ormai siamo quello che Internet racconta di noi. Attenzione a caricare sui social immagini di parenti e amici, specie minori di età, dando per scontato che sia tutto consentito. Attenzione più in generale all’inserimento di qualsiasi informazione in una rete che non dimentica. Proprio per “cancellare” le informazioni non più ritenute di interesse (in realtà solo per deindicizzarle) è stato creato il cosiddetto diritto all’oblio, ma che non sempre può operare e la cui pratica attuazione è comunque nelle mani dei motori di ricerca, che in prima istanza possono decidere quali richieste accogliere e quali no. La fiducia nell’uso di uno strumento di facile utilizzo e di grande potere come i social non è bilanciata dalla consapevolezza dei rischi che tutto ciò comporta: si avverte l’assenza di una cultura digitale, che per cambiare le cose deve necessariamente formarsi nel periodo scolastico».
Allo stato attuale i sistemi utilizzati dall’amministrazione giudiziaria si possono ritenere sicuri?
«Una delle linee di azione del Pnrr è proprio la digitalizzazione della giustizia, con l’espansione del processo telematico, la semplificazione degli strumenti di accesso ai servizi online, il potenziamento degli strumenti tecnologici per l’erogazione di attività giudiziarie, uniti all’investimento in risorse umane. Si tratta di riforme necessarie, che si pongono l’intento di ridurre in primo luogo l’eccessiva durata dei processi civili e penali. Forti sono anche gli investimenti nella cybersecurity, perché non c’è protezione dei dati senza sicurezza informatica. La pandemia ci ha abituato a svolgere le udienze online su piattaforme private, le stesse che sono state usate, ad esempio, per la Dad e lo smart working. Questo ha rivelato l’assenza di reti strutturali e di cloud pubblici, che dà il senso dell’arretratezza digitale del nostro Paese».
Secondo lei nel settore sanitario, dove la privacy è un tema delicato, ci sono adeguate garanzie per gli utenti?
«Il contesto dei dati sanitari, come quello dei dati giudiziari, è un altro dei temi “caldi” della privacy, caratterizzato dal fatto che il paziente ha interesse alla protezione della sua riservatezza, ma anche interesse a che i suoi dati circolino tra il personale sanitario, per ragioni di cura medica. Ritengo ci sia ancora strada da compiere e non solo sul versante della difese delle banche dei dati sanitari da incursioni informatiche (ricordiamo l’attacco hacker della scorsa estate ai dati medici dei residenti nella Regione Lazio). Non sono poche le Asl, gli ospedali e anche le aziende ospedaliero universitarie che sono state sanzionate anche di recente dal Garante della privacy per le violazioni di dati personali causati da procedure inadeguate e da errori materiali del personale».
Si aspettava questa nomina da parte di Mattarella?
«Ho cominciato a credere a questo esito, che mi onora particolarmente, dopo avere saputo che la commissione istruttoria del Consiglio Superiore della Magistratura aveva preso in considerazione il mio profilo di docente per tale carica. Quando sul punto si è pronunciato all’unanimità, sulla mia designazione, il plenum di tale organo, il decreto presidenziale ha siglato la chiusura del percorso».
Accettando l’incarico dovrà lasciare l’insegnamento: le mancherà la frequentazione assidua con il mondo accademico e con i suoi allievi?
«Sì, mi mancherà. La trasmissione di saperi ai giovani è la missione prioritaria di un docente. Ho sempre insegnato il diritto privato alle matricole, avvertendo molto la funzione di educatore, che significa guidare gli studenti non nell’apprendimento di una serie di nozioni, ma nella comprensione del ragionamento e del metodo giuridico. Proprio per rendere meno traumatico il distacco dagli studenti il prossimo anno accademico ho dato la disponibilità a continuare a svolgere una parte del corso di Diritto dell’informatica, che ho attivato ormai venti anni fa, pur nel mio nuovo ruolo di consigliere della Corte di Cassazione».
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