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Pisa

Resta impotente dopo la protesi, l'urologo che lo operò paga i danni

Resta impotente dopo la protesi, l'urologo che lo operò paga i danni

Il paziente avrebbe sottoscritto il consenso informato senza avere conoscenza dei rischi

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PISA. Uno sconto significativo, da 140mila a 50mila euro, ma con la conferma di un comportamento da colpa grave in ambito medico. Il secondo grado della Corte dei conti ha ridotto il risarcimento che il dottor Girolamo Morelli, 66 anni, di Lappato (Capannori), dipendente Aoup dovrà versare alla Regione per una transazione che l’Azienda definì con un paziente dopo un intervento di protesi per un carcinoma al pene non andato a buon fine. L’ospedale pagò 140mila euro, una cifra che in primo grado la Corte dei conti aveva imposto all’urologo di versare nelle casse dell’Aoup. In appello la cifra è stata ridotta quasi a un terzo. Alla base della contestazione è l’assenza del consenso informato che nel 2006 il paziente avrebbe sottoscritto senza avere conoscenza dei rischi a cui andava incontro.

Scrivono i giudici: «La grave incompletezza del corredo informativo reso in vista della scelta di impiantare la protesi, può essere addebitata al sanitario (Morelli, ndr) che si è sottratto all’obbligo di rendere edotto il paziente presentatosi per ottenere un efficace rimedio terapeutico al grave problema funzionale che lo affliggeva». Una protesi al pene installata e poi rimossa per una serie di complicazioni che avevano reso inutile anche l’uso di farmaci per riavere una funzionalità dell’organo. Una condizione di impotenza che l’intervento avrebbe dovuto risolvere e che, invece, aveva aggravato.

Secondo la giustizia contabile «all’epoca dell’intervento vi era un ineludibile obbligo del medico di informare correttamente e dettagliatamente il paziente della natura, portata ed estensione dell'intervento medico-chirurgico, dei benefici conseguibili, dei possibili effetti indesiderati e del rischio di complicanze, anche peggiorative, dello stato di salute. Nessuno di tali profili risulta esplicitato nel modulo sottoscritto dal paziente. Soprattutto, risulta del tutto assente l’indicazione sia della irreversibilità dell’intervento (cioè del fatto che i rimedi farmacologici, che fino ad allora erano stati assunti, non sarebbero stati più impiegabili, a causa dell’alterazione delle strutture cavernose, con conseguente impossibilità, in caso di rimozione della protesi, di recuperare la funzione erettile mediante supporti farmacologici), sia delle possibili complicanze». Il dottor Morelli ha sottolineato che il paziente aveva comunque sottoscritto il formato standard sul consenso informato elaborato dall’ospedale.

«Inoltre – ribadisce la Corte dei conti romana – nessuna avvertenza è stata data sui possibili esiti infausti dell’intervento né circa la possibile incidenza, sul risultato sperato, della pregressa patologia tumorale patita nel medesimo distretto corporeo (carcinoma prostatico). Il quadro informativo prospettato al paziente risultava, quindi, del tutto inidoneo ad assolvere alla funzione chiarificatrice propria del consenso informato, che ha il fine di porre in condizione il soggetto di assentire, in modo consapevole, al trattamento».


 

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