Il Tirreno

Pisa

L’ultimo Dante raccontato da Santagata è più vero, generoso e anche umano

Pietro Pescatore
L’ultimo Dante raccontato da Santagata è più vero, generoso e anche umano

Pubblicato postumo il romanzo dello scrittore e docente dell’Ateneo pisano scomparso nello scorso novembre  

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L’opera

Pietro Pescatore

È stato di recente pubblicato postumo il romanzo di Marco Santagata dal titolo “L’ultima magia. Dante, 1321” per i tipi di Guanda.

Marco Santagata, scomparso da poco (il 9 novembre dello scorso anno), è stato docente e scrittore italiano.

Laureatosi alla Scuola Normale, ha insegnato Letteratura Italiana all’Università di Pisa. Dal 1984 al 1988 ne ha diretto l’istituto di letteratura italiana ed è stato poi direttore del Dipartimento di Studi italianistici.

La sua attività di studioso è stata rivolta soprattutto alla poesia dei primi secoli, con una particolare attenzione a Dante e a Petrarca. Su Dante, di cui ha curato per i Meridiani Mondadori l’edizione commentata delle “Opere”, ha scritto il libro “L’io e il mondo”, “Un’interpretazione di Dante” (Il Mulino, 2011) e la biografia “Dante. Il romanzo della sua vita” (Mondadori, 2012).

Ed è proprio su questo filone di studi danteschi che si innesta questo suo ultimo romanzo.

Quello che il professor Santagata sottopone alla nostra attenzione di lettori è un Dante diverso da quello che solitamente abbiamo conosciuto nel senso che egli ci appare ora molto più vero, generoso e umano.

Indubbiamente quella di Santagata è un’opera che si ispira a un romanzo più che a un saggio e narra in modo non convenzionale una parte dell’esistenza di Dante Alighieri.

Il romanzo si apre con Dante che sta per partire per andare a Venezia come ambasciatore di Guido Novello da Polenta, il suo nuovo “signore”, un despota che non si discosta poi molto dagli altri frequentati da Dante, roso dalla bramosia del potere e timoroso di perderlo, ma con modi gentili e passione verso la poesia.

L’autore ci mostra un Dante che si sente piacevolmente leggero la sera prima di mettersi in viaggio per Venezia. I figli hanno voluto riunirsi in tale occasione per salutarlo prima della partenza e Dante si pone un interrogativo esistenziale: «È questa la felicità?». Ma nel porsi questa domanda, il Sommo Poeta viene assalito da uno sgradevole pensiero. Il figlio Pietro ritarda. Forse è ancora a colloquio con il vicario del Vescovo per una complessa vicenda di scomunica.

Il cardinale Bertrando del Poggetto non sente ragioni. Se Pietro non versa la tassa sulle rendite dei benefici, il cardinale non lo libera dalla scomunica. «Soldi, sempre soldi! Il principale lavoro del Buon Pastore è tosare le pecorelle», pensa Dante.

L’ambiente nel quale Dante viene collocato dall’autore è immaginario, ma, nel contempo, è calato nell’esistenza del poeta fatta di pensieri e rimembranze che lo riportano indietro nel tempo, ai dolorosi anni dell’esilio, mentre compone con indicibile fatica la “Divina Commedia” succube delle fosche trame che hanno contraddistinto indelebilmente il suo secolo tra lotte politiche e complotti segreti.

Tra i tanti complotti e lotte politiche, l’autore narra la vicenda noir di un complotto contro il Papa. La vera sorpresa in realtà è questa: nascosta in fondo ad una zuppiera regalata al pontefice ci sarà una statuetta.

Il Papa, raffigurato come un irrefrenabile goloso, non resisterà ad assaggiare la sua crema preferita, ma la crema avrà assorbito tutti i poteri venefici della statuetta cagionando così la morte del pontefice. Ma ciò non accadrà.

Ancora più sconvolgente appare un episodio che travolge Dante e che lascia in quest’ultimo sentimenti di delusione e rimpianto. Ci si riferisce all’incontro di tipo erotico e sentimentale di Dante con Alagia Fieschi, moglie di Moroello Malaspina.

La lettura del poema dantesco faceva parte fondamentale ed integrante del rito che Dante ed Alagia celebravano ogni pomeriggio. In uno di questi, Alagia seguiva attentamente il racconto di Francesca da Rimini immobile come una statua mentre Dante declamava proprio per lei, per loro, soli come Paolo e Francesca, e lei tratteneva il respiro e lo fissava con occhi luccicanti. Nel silenzio lui capiva che il respiro di Alagia si era fatto affannoso.

Il viso di lei sfiorava il suo.

I grandi occhi color smeraldo riempivano il suo intero campo visivo e “avvinghiati, si rotolarono sul pavimento”.

Il romanzo si conclude con la descrizione da parte dell’autore di una serata estiva allietata dai rumori domestici.

Dante si sente leggero. Pronto a partire per Venezia, e per l’altro viaggio senza ritorno che sa di affrontare di lì a poco: “Eccomi, dirà, ho fatto ciò che mi è stato comandato”.

Dante si pone un ultimo interrogativo: “Sono felice?”.

In questa sera il Sommo Poeta oserebbe pensarlo. Ma anche nel giorno della maggiore felicità della sua vita, il rammentare i figli risveglia i dubbi annidati nella sua mente.

E Dante rimugina sui propri dubbi: quando aveva abbandonato in ostaggio i propri figli, non aveva sentito la voce di Dio, lui aveva, invece, udito quella di Bertrando del Poggetto che lo avvertiva: “La Chiesa non dimentica”. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA



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