Il Tirreno

Pisa

Tra noi Millennials sempre più spiccato il senso di comunità

G.B.T.
Tra noi Millennials sempre più spiccato il senso di comunità

Livia Franchini, scrittrice e traduttrice pisana, racconta come la sua generazione debba adattarsi a mille lavori per sopravvivere 

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Individualisti e competitivi ma anche tolleranti e immersi nella cultura della condivisione o “sharing”. Sono alcuni degli aggettivi usati per definire la generazione di cui anche Livia Franchini, scrittrice e traduttrice pisana nata nel 1987, fa parte e che prova a spiegare: «Individualismo e apertura verso gli altri sono elementi diversi da conciliare, che a volte vengono polarizzati da chi scrive. Forse la difficoltà a seguire percorsi segnati può spingerci all’individualismo ma non lo vedo un valore tipico della mia generazione, lo è invece il senso di comunità per chi, come nel mio caso, ha dovuto adattarsi a mille lavori per sopravvivere in uno spazio di opportunità lavorative più ridotte rispetto al passato». È forse questo il motivo per cui molti della sua generazione seguono lunghi percorsi di studio «anche se siamo consapevoli che i titoli da soli non servono per trovare un lavoro, anche nel mio campo», dice. Non c’è guerra generazionale, siamo una generazione ponte tra quella analogica e la digitale. La sua storia dimostra che tenacia e intraprendenza pagano. In Inghilterra è arrivata dopo la maturità senza conoscenze né legami familiari e dopo un lungo percorso di studio, laurea in lettere, master in scrittura creativa e dottorato, è riuscita a pubblicare il suo primo romanzo in inglese “Shelf life” uscito per Doubleday, in un mercato ipercompetitivo com’è quello anglosassone. «Ho fatto tutto da sola mentre finivo il dottorato, il percorso forse sarebbe stato meno lineare in Italia ma pubblicare in inglese è più difficile e per me è stato come tagliare un traguardo dopo tanti anni di lavoro». Il suo romanzo è stato poi pubblicato in Italia da Mondadori l’anno scorso con il titolo “Gusci”. La questione femminile le sta molto a cuore, tanto da specializzarsi in scrittura sperimentale femminista. «Pensando alla politica ci sono disuguaglianze strutturali radicate negli organismi della società che vanno avanti da tempo. Discriminazioni “positive” come le quote rosa sono importanti ma sono un punto di partenza e non un traguardo. Servono per riportare un equilibrio che non c’è e di fatto dimostrano che ancora c’è bisogno di tutela», afferma. Il suo romanzo ruota attorno alla storia di Ruth, un’infermiera in una casa di riposo, della stessa età di Livia, che, lasciata dal suo compagno dopo dieci anni, si trova a ricostruire la sua identità non più a partire dagli altri su cui si è sempre basata, ma da se stessa. «L’ho scritto in risposta a alcune narrazioni oppressive sulla donna». Livia è partita dalle icone della letteratura femminile come Bridget Jones e l’autrice di “I love shopping” Sophia Kinsella, con cui è cresciuta, cercando di mostrarne i limiti. «Questi testi – sottolinea – raccontano la condizione di una donna della mia età ma poi finiscono sempre con uomo che ti risolve la vita e incoraggiano modelli individualisti che io ho voluto mettere in discussione lasciando la libertà ai lettori e alle lettrici di trovare la via d’uscita dalla sua situazione. Nel linguaggio ho mescolato elementi di sogno, ad altri più inquietanti, la lingua della pubblicità e quella delle riviste femminili, e i modi di comunicare tipici di Internet e dei social. Il problema di Ruth è pure quello delle donne della mia generazione».

Il titolo “Gusci” infine, suggerisce un’idea di rinascita, di buon auspicio per le donne in un anno così difficile. —

G.B.T.

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