Donazione a cuore fermo: l’intervento innovativo salva una vita
Il paziente 40enne aveva espresso il desiderio per scritto. Organi tenuti in funzione con la circolazione extracorporea
Pisa. Una persona sana, senza malattie apparenti, colpita da emorragia cerebrale. Uno choc per i familiari, dalla compagna ai genitori e al fratello. Un calvario per il paziente che nella rianimazione di Cisanello arriva all’epilogo quando i medici si rendono conto che non c’è più niente da fare.
Evitano un accanimento terapeutico e staccano le macchine. Prima, però, accedendo a una banca dati nazionale erano venuti a conoscenza della volontà del paziente, circa 40enne residente nel Pisano, di voler donare gli organi. Lo aveva manifestato per iscritto al momento di rinnovare la carta d’identità e poi lo aveva ripetuto a voce ai familiari. Nel dare esecuzione a quella volontà il personale di Cisanello ha attivato più équipe che alla fine hanno espiantato il fegato (i reni non sono stati ritenuti utilizzabili) trapiantato a un paziente di mezza età in attesa da tempo. Non è stato un trapianto ordinario. Per la prima volta a Cisanello è stata conclusa «una donazione a cuore fermo di tipo controllato con un prelievo di organi grazie alla perfusione post mortem degli organi da prelevare e impiantare» spiegano dall’Aoup.
Il paziente era nella rianimazione diretta dal dottor Paolo Malacarne. «La peculiarità di questa donazione a cuore fermo rispetto a quella a cuore battente è che si può aumentare la capacità di usare gli organi – spiega il medico –. Nel caso in questione c’erano le volontà del paziente, le condizioni di salute irreversibili e la totale assenza di recupero.
Spiega il dottor Malacarne: «Quando si fa il prelievo di organi procediamo su una persona il cui cuore ancora batte, ma il cervello è morto. Gli organi sono perfusi dal sangue che ancora circola. È la donazione detta a cuore battente. Quella fatta a Cisanello per la prima volta è stata, invece, a cuore fermo. Il cervello è morto perché il cuore si è fermato. In questo caso si aumenta la capacità di avere organi. L’elemento particolare della procedura è che dopo aver staccato il respiratore e accertato il decesso si utilizza un macchinario per far partire la circolazione extracorporea sugli organi addominali, dal fegato ai reni. È come se il cuore riprendesse battere, ma il sangue circola grazie al macchinario esterno. Noi medici in simili situazioni diciamo stop alle cure con ostinazione irragionevole, ma dobbiamo anche tenere conto della volontà di donare gli organi. E così è stato».
L’intervento ha coinvolto svariate professionalità. Diverse le équipe e multispecialistiche attivate per effettuare prelievo e trapianto efficaci. «Subito dopo la certificazione della morte è stato impiegato il macchinario per la circolazione extracorporea (Ecmo) che ha permesso la perfusione regionale normotermica degli organi addominali in modo tale da mantenere reni e fegato in condizioni funzionali ai fini del trapianto – spiegano dall’ospedale –. La perfusione degli organi alla temperatura stabilita è durata 5 ore. È stata una complessa attività multidisciplinare che, fondendo complessi aspetti etici e tecnici, ha portato a compimento il testamento del paziente: salvare altre vite in caso di impossibilità di salvare la propria. A lui e ai suoi familiari va quindi un doveroso e commosso ringraziamento da parte dell’Aoup».
La procedura di donazione eseguita ha coinvolto, oltre al coordinamento aziendale donazione organi e tessuti, il personale di Anestesia e rianimazione del pronto soccorso, dell’Anestesia e rianimazione trapianti, il team Ecmo della Anestesia e rianimazione cardiotoracovascolare, i tecnici di Fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare, la chirurgia epatica e del trapianto di fegato, le varie strutture del dipartimento di Medicina di laboratorio, le Anatomie patologiche e le Radiodiagnostiche, oltre allo staff infermieristico e Oss dei blocchi operatori 31 e 10.
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