Il Tirreno

Pisa

Kiflè tentò di uccidere Ferretti, nessun nuovo processo

P.B.
Kiflè tentò di uccidere Ferretti, nessun nuovo processo

La rapina finita nel sangue alla gioielleria via battelli, in cui morì uno dei banditi 

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pisa. Non ci sarà un nuovo processo per il rapinatore della gioielleria Ferretti. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Gabriele Kiflè, 34 anni, di Aprilia, condannato in primo grado, pena confermata in appello, a 9 anni e 4 mesi per tentata rapina e tentato omicidio aggravati, ricettazione e detenzione illegale di arma da fuoco.

Nell’assalto al negozio di via Battelli, all’ora di chiusura del 13 giugno 2017, rimase ucciso uno dei tre banditi, Simone Bernardi, 43 anni, anche lui di Aprilia, uscito dal Don Bosco da alcuni mesi. Il rapinatore venne raggiunto dai colpi di pistola sparati dal gioielliere Daniele Ferretti, uscito dal retrobottega arma in pugno per difendere la moglie sotto tiro dei banditi.

Marco Carciati, pisano, l’altro componente la banda, non ha fatto ricorso in Cassazione dopo lo sconto di pena ottenuto in appello a 8 anni e 8 mesi. Nel febbraio 2019 era stato assolto l’altro imputato per la rapina finita nel sangue, Damiano Masi, quarantenne di Pomezia.

La tesi difensiva secondo cui Kiflè non voleva uccidere ma aveva sparato per difendersi è stata bocciata anche dalla Suprema Corte. Anzi, anche quando il 34enne era fuori dal negozio e quindi in salvo aveva esploso il terzo colpo contro Ferretti. Kiflè era entrato all’interno della gioielleria deciso ad usare la pistola e aveva agito di conseguenza: puntando costantemente l’arma nei confronti della moglie di Ferretti nella fase iniziale dell’azione e dopo avere scavalcato il bancone dell’oreficeria, salvo poi portarsi di scatto, sempre in azione di puntamento, verso il retrobottega (dove si trovava Ferretti) facendo fuoco per primo.

Dopo questo primo colpo Kiflè aveva scarrellato l’arma per ricaricarla, si era avvicinato verso il retrobottega, per poi abbassarsi improvvisamente di fronte all’azione di fuoco da parte del gioielliere e immediatamente dopo puntare di nuovo verso di lui l’arma tenuta alta, esplodendo il secondo colpo e, infine, mantenere semore l’arma puntata.

Bernardi aveva sollevato un mobile e si era avvicinato verso il retrobottega con l’intento di scagliarlo verso il gioielliere, mentre Kiflè si faceva scudo del complice e caricava nuovamente l'arma.

«Non vi era stata nessuna azione difensiva resa necessaria per guadagnare la via di fuga – si legge nella sentenza – piuttosto un’azione concertata e determinata dei due rapinatori per colpire Ferretti con gli spari e con il mobile scagliato. Gli ultimi fotogrammi lo dimostravano definitivamente: l'imputato, che ormai era al sicuro dopo avere aperto la porta del negozio, facendosi scudo con la stessa aveva mirato nuovamente la pistola contro Ferretti, esplodendo al suo indirizzo il terzo colpo, per poi darsi alla fuga. In definitiva, Kiflè voleva neutralizzare l'unico soggetto realmente pericoloso all'interno del negozio; per questo motivo non aveva sparato contro la Malucchi, che non rappresentava alcuna minaccia in quanto inerme, immobile e in totale balìa dei rapinatori».

Per lo sparatore restano i 9 anni e 4 mesi inflitti in abbreviato in primo grado. —

P.B.

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