Il presidio
Inchiesta sui permessi a vendere opere d’arte
Indagata una gallerista per falso ideologico in concorso, sotto la lente l’attività dell’ufficio Esportazione della Soprintendenza
pisa
Un’inchiesta sull’attività dell’ufficio della Soprintendenza che si occupa di dare il via libera alle opere esportabili o vendibili. E nell’intreccio tra arte, protezione nazionale e business privato spunta anche il sequestro di un dipinto con il corredo di documenti e computer ai danni di una gallerista milanese di 78 anni.
È un’indagine nel mondo dell’arte quella aperta dalla Procura pisana che vede nel triangolo degli interessi investigativi l’ufficio esportazione della Soprintendenza, una società di trasporti internazionali di Firenze e una gallerista. Si procede per falso ideologico in concorso. Il Tribunale del Riesame aveva respinto il ricorso della gallerista contro i sequestri e ora anche la Cassazione conferma la necessità dei provvedimenti per consentire agli investigatori di andare avanti nell’inchiesta.
Nel motivare la correttezza dell’operato della Procura, la Suprema Corte dà conto di un’attività iniziata nel 2018.
Le indagini, nel cui ambito era stato disposto il vincolo, avevano avuto per oggetto l’attività dell’ufficio esportazione della Soprintendenza di Pisa e i rapporti fra i funzionari della stessa e alcuni privati, «emergendo elementi che, allo stato, avevano consentito di affermare che per le opere sottoposte all’esame dell’ufficio, fosse stato rilasciato un attestato di libera circolazione (necessario per la vendita delle medesime all'estero) ideologicamente falso in quanto non rispettoso dei requisiti di legge che consente di vietare l’esportazione delle opere d’arte eventualmente raccomandandone l’acquisto al ministero competente), falso realizzato anche omettendo la diretta visione dell’opera e la prevista comunicazione agli uffici del ministero». Nel caso in questione era stato ritenuto che il rilascio dell’attestato all’opera presentata dall’indagata, una “Annunciazione” attribuita al pittore Giulio Benso, a mezzo di una società di Firenze «sui cui rapporti con l’ufficio della Soprintendenza si stava indagando, fosse ideologicamente falso e come con ciò se ne fosse tentata l’illecita esportazione. La gallerista aveva tentato di ottenere il via libera dalla Soprintendenza di Genova e non aveva ottenuto l’attestato.
Aveva così affidato la medesima procedura (pur essendo una professionista del settore) ad una società sotto indagine per i rapporti tenuti con i funzionari della Soprintendenza di Pisa, «conseguendo, in un inusuale lasso di tempo, l’attestato prima non rilasciato – scrivono i giudici –. L’attestato non era stato preceduto dalla necessaria visione dell’opera (in possesso dell'indagata) e dalle relative comunicazioni al competente ministero. La pratica non era stata corredata neppure dall’attribuzione del dipinto alla mano di quel pittore che aveva destato l’attenzione dei funzionari della Soprintendenza di Genova. Era pertanto evidente come il complesso delle circostanze sopra evidenziate consentisse di ritenere, allo stato e in relazione all’apposto vincolo reale, che l’indagata avesse concorso nel delitto di falso ideologico, consumato con il rilascio dell’attestato, ed avesse così anche compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco ad esportare, illecitamente, l'opera». —
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