Il presidio
Dopo il lockdown: depressione e ansia per chi ha il Parkinson
Dall’unità di Neurologia dell’Aoup i risultati dell’analisi di 740 persone affette dalla patologia, in gran parte seguiti con la telemedicina
PISA
L’isolamento forzato domiciliare per il coronavirus, da marzo a maggio, ha provocato un peggioramento delle condizioni di salute in molti pazienti affetti da malattia di Parkinson. Lo rivela uno studio condotto dall’unità operativa di Neurologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana (Aoup) diretta da Ubaldo Bonuccelli. Lo studio è stato coordinato da Roberto Ceravolo e condotto in collaborazione con i Centri Parkinson della Toscana.
Inoltre, al primo controllo in presenza dopo il periodo di chiusura, è emerso che molti lamentavano un peggioramento dello stato psichico per ansia e depressione e, di conseguenza, qualche disturbo cognitivo a carico di attenzione e memoria. In generale molti pazienti neurologici sono stati seguiti con la telemedicina, per il controllo di cefalea, epilessia, disturbi cognitivi e del movimento. In particolare, i pazienti del Centro Parkinson pisano hanno aderito con grande partecipazione a questa nuova modalità assistenziale, manifestando anche un notevole gradimento.
Insieme agli altri centri della Toscana, grazie a queste visite a distanza, è stato possibile studiare la prevalenza dell’infezione da Covid-19 in 740 pazienti affetti da Parkinson e gli effetti clinici della chiusura sulla malattia. I risultati in pubblicazione su una rivista scientifica hanno mostrato che 7 su 740 pazienti con Parkinson (0,9%) erano positivi al tampone, 3 di questi erano stati ricoverati e uno era deceduto. Di fatto, benché il campione sia piccolo rispetto all’intera popolazione di pazienti regionali (circa 18.000), la prevalenza di Covid dello 0,9% sembra più elevata di quella della popolazione generale (tra lo 0,2 e lo 0,3%), come se il Parkinson o i farmaci usati per la terapia potessero aumentare il rischio di infezione da Covid.
Altri dati d’interesse emersi dalla ricerca, sono stati il fatto che solo il 30% circa dei pazienti mostrava un lieve peggioramento motorio, nonostante le restrizioni della chiusura e le difficoltà a muoversi liberamente: oltre alla cura farmacologica, molti malati fanno regolare fisioterapia e spesso lunghe passeggiate mantenendo in forma l’apparato osteo-muscolo-articolare.
«La telemedicina è ormai una realtà consolidata – spiega Bonuccelli – e di grande utilità per i pazienti che si sentono seguiti pur a distanza e gli ospedali: con il coinvolgimento anche del medico di famiglia la telemedicina potrebbe risolvere tanti problemi che scaturiscono nel corso delle affezioni croniche, limitando così gli accessi in ospedale per la visita in presenza a cadenze più distanziate salvo necessità». —
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