Il mercato nel sangue fin da piccolo seguendo in piazza i propri genitori
La storia di Massimo Logli, che quest’anno festeggia 36 anni di attività. Con lui la moglie Tiziana
CALCI. Quando il mestiere si impara da bambini seguendo nei mercati i propri genitori. Respirando quella passione per un lavoro duro che non conosce stagioni, ma in grado di regalarti grandi soddisfazioni e quel contatto umano che si instaura tra cliente e commerciante.
Ne sa qualcosa Massimo Logli, 57 anni, nato e residente a Calci, titolare di una partita Iva per il commercio ambulante, iscritto alla Fiva Confcommercio, il quale quest’anno festeggia 36 anni di attività insieme alla moglie Tiziana.
«Il nostro è un lavoro particolare fatto di grandi sacrifici personali e familiari – racconta Massimo – ma se riesci a cogliere il bello che questo mestiere riesce a trasmettere, primo tra tutti stare in mezzo alla gente, il resto passa in secondo piano, anche se le difficoltà non mancano come in ogni settore che in questi anni ha subìto una radicale trasformazione».
Cambiamenti che Massimo Logli conosce molto bene, avendoli visti con gli occhi di un bambino e sperimentati successivamente di persona, quando nel 1984 affiancò il padre nella gestione del banco di calzature. I Logli sono infatti una dinastia di commercianti ambulanti, sempre nell’ambito delle scarpe, conosciuti non solo in provincia di Pisa per la qualità dei loro prodotti. Tutto cominciò tanti anni fa con Bruno e Paola, genitori di Massimo, e Franco e Piera, gli zii. Bruno e Franco, quest’ultimo scomparso ormai da tempo, erano fratelli. Due persone molto unite non solo nella vita, ma anche nel lavoro. Entrambi erano titolari di un banco ambulante di calzature.
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«Erano sicuramente altri tempi – continua Massimo –, il lavoro aveva ritmi diversi. Ricordo ancora quando il mio babbo e zio Franco partivano prestissimo la mattina, intorno alle 4, per raggiungere i mercati. Non era come adesso che i furgoni sono automatizzati, basta un semplice telecomando per richiudere una tenda o un pianale. All’epoca si doveva fare tutto a mano. Montare il banco, la protezione sia per il sole o per la pioggia e poi, in molti casi, dopo aver scaricato tutto, parcheggiare il camioncino altrove. Io ero un bambino, seguivo la mia famiglia appena terminata la scuola e ricordo benissimo il sacrificio di babbo e zio, quello di mia mamma e di zia Piera, oltre al mio cugino Alessandro, un altro pezzo importante della nostra famiglia che un destino beffardo ed inaspettato se l’è portato via nel 1993 a soli 31 anni. Per me Alessandro era come un fratello e la sua mancanza improvvisa ha segnato anche la mia vita, soprattutto in alcune scelte importanti. È come se la sua scomparsa mi avesse fatto mettere al primo posto alcuni valori rispetto ad altri. Sicuramente la voglia di passare più tempo con i miei affetti più cari, in primis mia figlia. E infatti soprattutto per lei, per seguirla quando era bambina che decisi di chiudere il negozio di calzature di famiglia che avevamo a Calci e proseguire solo con i mercati».
Una scelta quella di intraprendere il mestiere di babbo e zio che Massimo cominciò nell’84, subito dopo il diploma di ragioniere e terminato il servizio militare. «Avrei potuto fare altro – racconta Massimo – ma il commercio ambulante, i mercati mi erano entrati nel sangue. Così decisi di affiancare i miei genitori. Erano anni belli. Il lavoro non mancata, il mercato era il mercato, aveva un suo significato, era il punto di riferimento di molti clienti. Adesso purtroppo le cose sono cambiate. Il ricambio generazionale ha fatto sì che anche la nostra categoria perdesse la sua identità. I commercianti storici si contano ormai sulle dita di una mano. Tante partite Iva sono state chiuse, ma l'importante è guardare sempre avanti con fiducia nella speranza di tempi migliori. Come facciamo io e mia moglie Tiziana che mi affianca nel lavoro tutti i giorni». —
Roberta Galli
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