Il Tirreno

Pisa

al sacrario de “la Romagna” 

Tornare alla vita dove si è già rinati dopo il 1944

Cristiano Marcacci

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san giuliano

Per l’intervista il sindaco Sergio Di Maio ha dato appuntamento a Il Tirreno in mezzo al bosco. Nel verde della rigogliosa frazione di Molina di Quosa. La location l’abbiamo fatta scegliere a lui, gli abbiamo chiesto di condurci in un luogo a cui tiene particolarmente, un posto che potesse rappresentare la voglia e il bisogno di rinascita della popolazione dopo lo sconvolgimento dovuto al Covid-19.

Romagna. «Se c’è da rinascere è giusto farlo da dove la gente di San Giuliano è già rinata una prima volta. Da qui, dal sacrario della Romagna». Nell’estate del 1944 in questa località montuosa si erano rifugiate centinaia di famiglie per sfuggire agli orrori della guerra. Nella notte tra il 6 e il 7 agosto le truppe tedesche della 16ª Divisione Panzer-Grenadier “Reichsführer-Ss” colsero di sorpresa le persone fuggite operando un rastrellamento che terminò con la cattura di 300 uomini e di una donna, Livia Gereschi, insegnante di tedesco che si era offerta di mediare. Il gruppo fu condotto sino a Ripafratta dove fu diviso tra chi si era dichiarato abile al lavoro e chi no: i primi furono inviati a Lucca per essere smistati nei campi di lavoro; i secondi rinchiusi nella scuola-prigione di Nozzano. L’11 agosto, dopo violenze e torture, i reclusi della Romagna furono caricati a piccoli gruppi su camionette e portati in diverse località comprese tra Filettole, Balbano e Quiesa, e quindi fucilati. Alla fine furono 69 i morti, tra cui la Gereschi. «È stata per una delle più grandi soddisfazioni da sindaco – ricorda Di Maio – quando, nel marzo 2018, arrivò la medaglia d’argento al merito civile per questa gente».

Solitudine. È un sindaco-lavoratore, Sergio Di Maio. È al pezzo ogni giorno dalle 6.30 a mezzanotte, festivi compresi. Per uno stipendio mensile di 2.157 euro netti, una nullità rispetto alle responsabilità. Di Maio vede tanta gente, parla con tanta gente. Ma talvolta si sente solo. «Mi riferisco soprattutto al governo centrale – dice –. I sindaci sono i primi a doverci mettere la faccia. I sindaci sono i primi (e forse gli unici) a rispondere delle proprie scelte, spesso difficilissime da prendere. I sindaci hanno a che fare con la coperta sempre troppo corta. I sindaci sono quelli che devono far tornare i conti. I sindaci costruiscono. I sindaci ci sono, sempre. Quello che chiedo al governo e alle istituzioni centrale è di non lasciarci mai soli».

Volontariato. Preziosissima l’opera dei volontari nell’emergenza Covid. «Tutte le associazioni – afferma Di Maio – hanno fornito un grande contributo. All’insegna del massimo coordinamento e senza alcun personalismo. La catena della solidarietà ha funzionato alla perfezione».

Comunità. Il valore delle comunità locali è stato al centro del discorso di Di Maio in occasione del 2 giugno. «L’importanza di persone – sottolinea il sindaco – che vivono, operano e lavorano per tenere unita una comunità è uscita rafforzata dall’emergenza coronavirus. E di questo sono veramente orgoglioso». —C.M.

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