Il presidio
«Non bastano più tablet per fare la scuola» Tutti in piazza per chiedere di tornare in aula
Prof, studenti, genitori, personale scolastico bocciano la didattica a distanza e chiedono investimenti nell’istruzione
pisa
Anche se il maltempo ci ha messo lo zampino, non sono bastati i nuvoloni neri all’orizzonte per fermarli. Perché sono in tanti a denunciare cos’è che non va nella scuola italiana. Insegnanti, docenti precari, personale Ata, ma anche genitori, studenti e bambini: tutti, e di tutte le età, si sono dati appuntamento ieri pomeriggio, in piazza dei Cavalieri, per una manifestazione organizzata da Cobas Scuola Pisa, con il sostegno delle unità locali del Comitato Priorità Scuola e l’adesione del Coordinamento Precari della Scuola, oltre a diversi collettivi studenteschi. Un incontro che ha coinvolto decine di persone a Pisa, in contemporanea ad altre città italiane (tra cui Firenze e Roma), per chiedere il rientro a settembre nelle aule in sicurezza, dando addio alla Dad, l’ormai famosa didattica a distanza, sicuramente non la soluzione per il prossimo anno scolastico.
«La didattica a distanza non è scuola, è una lezione frontale nel suo significato peggiore», sostiene Vittorio Paiotta, insegnante che, come tanti altri, si è impegnato al massimo anche in questa tipologia di insegnamento. «E la soluzione non è dare più tablet a tutti, perché il problema è il tipo di didattica». Anche gli studenti sono al fianco dei loro professori: «La soluzione non può essere la Dad», afferma Nina Corradini, studentessa del liceo pisano Buonarroti. «I problemi a scuola sono aumentati. Davanti ad uno schermo è difficile stare attenti o fare domande, trovandosi ancora più in difficoltà. Lo studente è solo nella sua stanza». Dietro alla situazione si nascondono però dei problemi strutturali: anni e anni di tagli e scarsa voglia di investire nella scuola. «Servono spazi e insegnanti», denuncia Barbara Mamone, referente del Comitato Priorità Scuola per Pontedera, Pisa e Livorno. «A settembre tutte le scuole vanno riaperte, senza riduzione di orario, senza turni e senza didattica mista». Per questo, spiega Alessandra Cavazza del Coordinamento Docenti Precari, «la riapertura ha bisogno di più investimenti per garantire una buona qualità della didattica, con investimento per docenti, personale Ata, pulizia e messa in sicurezza degli ambienti». E, per dirla alla pisana con Sebastiano Ortu, docente e membro di Cobas Scuola: «Frugatevi! Si tirino fuori i soldi per garantire veramente un numero minore di alunni. L’Italia spende in istruzione meno rispetto a tutti gli altri paesi europei. Da lì vengono le classi pollaio». Emergenza nell’emergenza è quella dei docenti precari, anche perché l’Italia è già stata sanzionata dall’Unione europea per l’eccessivo ricorso al lavoro precario tra le aule scolastiche: «In 12 anni non ci sono stati concorsi pubblici», spiega Ilenia Badalamenti, nell’esecutivo di Cobas Scuola. «Il precariato ha assunto dimensioni enormi. Sarebbe sufficiente indire un concorso per titoli e servizi per l’immissione in ruolo di chi ha 36 mesi di servizio e degli altri precari storici. Altrimenti l’esperienza non ha nessun valore». —
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