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Pisa arriverà su Marte grazie a un suo studente
Daniele Boncompagni ha studiato nell’ateneo della città della Torre e ora sta mettendo a punto la tecnologia per andare a vivere sul Pianeta Rosso
PISA. Fin da ragazzino il suo sogno era quello di progettare le monoposto di Formula 1. Quell’adolescente, cresciuto a Sansepolcro, dalla provincia di Arezzo ha lavorato sodo e studiato ancora di più per tirare fuori dal cassetto quel sogno e trasformarlo realtà. E ci è riuscito, prima come ingegnere aerodinamico nel team Toyota, poi sbarcando a Woking: l’avveniristica sede di una delle scuderie di Formula 1 più vincenti della storia, la McLaren.
È a Pisa, però, che la vita di Daniele Boncompagni, 43 anni, ha preso una via diversa. Realizzato un sogno, dopo dieci anni di esperienza nel circus automobilistico, l’ingegnere ha guardato in alto. Molto più in alto, direttamente allo spazio.
Daniele Boncompagni, infatti, è uno dei pochi italiani a far parte di SpaceX. L’azienda aerospaziale americana, di proprietà dell’imprenditore multimilionario Elon Musk, che, dopo un primo tentativo rinviato per maltempo il 28 maggio, manderà in orbita due astronauti della Nasa. Si tratta di un evento eccezionale: non accadeva da luglio 2011, quando lo Space Shuttle Atlantis aveva completato l’ultimo volo orbitale con lancio direttamente da suolo americano. Il lancio previsto domani, però, è doppiamente storico perché è il primo a essere gestito da una compagnia privata. Un primo passo verso Marte, visto che Elon Musk ha fondato la SpaceX con l’obiettivo finale di colonizzare Marte. E potrebbe riuscirci entro il 2030.
Possiamo dire che nel suo lungo viaggio verso Marte c’è anche un po’ di Pisa?
«Per quanto mi riguarda è la pura verità. Ho sempre sognato di lavorare nell’ambito dell’aerodinamica ed ero affascinato fin da adolescente dalla Formula 1. Guardavo con interesse alle varie appendici aerodinamiche, fondamentali per limare millesimi di secondo. Dopo aver studiato ingegneria automobilistica all’Università di Perugia e aver conseguito un master in car design all’Università di Modena e Reggio Emilia, ho iniziato con uno stage alla Dallara, passando poi al centro ricerche Fiat. Per realizzare il mio sogno, però, avevo bisogno di studiare e conseguire un titolo importante in ingegneria aerospaziale. E così ho scelto Pisa, per questioni ovviamente prossimità geografica ma anche per l’offerta formativa di qualità. L’inizio del mio passaggio dalla Formula 1 a SpaceX è iniziato proprio lì».
Il suo non è stato un percorso di formazione tradizionale.
«Esattamente. Ho conseguito una laurea triennale, quindi non tutto il mio percorso di formazione è ruotato intorno a Pisa. Ma senza quei due anni e mezzo di studio all’ombra della torre di Pisa, oggi, non avrei mai potuto partecipare a uno dei progetti più affascinanti e ambiziosi in tema di esplorazione spaziale».
Come è arrivato, ormai cinque anni fa, a lavorare per SpaceX?
«Sinceramente molto lo devo a un destino che ha fatto incastrare perfettamente una serie di tasselli. In McLaren avevo raggiunto il livello di team leader nella parte aerodinamica del lavoro. Sentivo, però, crescere il bisogno di cambiare e intraprendere un percorso professionale più ispirazionale e meno legato all’intrattenimento, possiamo dire così. Nel frattempo Elon Musk, che aveva acquistato una McLaren F1, era rimasto colpito dalla tecnologia e dalla qualità dell’auto. Così con la SpaceX ha rivolto spesso lo sguardo a Woking per coinvolgere vari professionisti nel suo progetto».
Quale ruolo ha ricoperto nella missione che ha riportato nello spazio due astronauti americani?
«Ho lavorato per tre anni sulla capsula Dragon. Senza scendere troppo nei dettagli tecnici, mi sono occupato di aerodinamica e ingegneria termica, lavorando ai sistemi di protezione termica fondamentali per tutte le fasi della missione».
Il suo lavoro è ancora rivolto all’orbita terreste?
«Non lavoro più al Dragon ma all’astronave Starship. Si tratta di un veicolo di lancio che nei programmi di SpaceX dovrà porre le basi per la colonizzazione umana di Marte».
Dove abita adesso e come ha vissuto l’emergenza Covid-19?
«Ho vissuto in California, poi due mesi fa mi sono trasferito con mia moglie Jenny e i nostri due figli piccoli a Cape Canaveral. In Florida mi sono trovato subito bene e presto spero di riprendere una delle mie più grandi passioni, quella del kitesurf. Ultimamente, tra gli impegni di lavoro e quelli familiari, non ho avuto molto tempo di fare sport, ma vivendo a 300 metri dal mare spero di riprendere presto. L’emergenza Covid-19? Cape Canaveral ha circa 10mila abitanti, poco meno di Sansepolcro, e qui gli effetti della pandemia sono stati attenuati. Una situazione che non ha comunque rallentato la preparazione della missione su Crew Dragon».
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