Il Tirreno

Pisa

INCOGNITE NEL COMMERCIO

La rabbia delle partite Iva: non andrà tutto bene

Pietro Barghigiani
Michele Paolicchi, referente a Pisa per l'associazione Orgoglio Partite Iva
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Michele Paolicchi, referente a Pisa per l'associazione Orgoglio Partite Iva

Lunedì 18 a Pisa la manifestazione dell’associazione Opi con i selfie dei titolari davanti alle loro attività. «Riapriamo nell’incertezza»

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PISA. Sono tanti. E arrabbiati. Sì, li ha proprio cambiati il virus: li ha resi più esasperati. Saracinesche abbassate, spese da onorare bruciando i risparmi - ammesso che fossero disponibili - e un futuro carico di incognite per chi ha un’attività in proprio. Ora quel popolo si è riunito sotto un sigla, Opi, (Orgoglio partite Iva). Un fenomeno che sta prendendo piede in Italia e in provincia e che a Pisa ha messo radici avendo come punto di riferimento Michele Paolicchi, titolare con la moglie Michela del bar “Capatosta” in via Palestro. Per domani la neonata associazione ha in programma un’iniziativa di protesta. Composta nei modi, nel rispetto del divieto di creare assembramenti. Ma chiara e diretta nel messaggio di disperazione lanciato dall’esercito delle partite Iva fiaccato da una pandemia non solo sanitaria.

Ogni aderente ad Opi si farà un selfie con il manifesto in cui appare la penisola attraverso dal tricolore e la scritta “Non andrà tutto bene”. Presagi funesti di stagliano all’orizzonte di baristi, ristoranti e parrucchieri-estetiste. «Ho distribuito circa 150 manifestati – spiega Paolicchi –. Saranno affissi nei locali e i titolari si faranno fotografare. Poi le immagini finiranno in un servizio a livello nazionale. Non se può più. Vorrei dire una cosa a chi ci governa. Ma pensate che aprire un’attività sia uno scherzo? Ci volete dare delle linee guida serie e precise?! E non ce le comunicate il giorno prima di aprire». Uno sfogo quello di Paolicchi che raccoglie i sentimenti unanimi di svariate categorie. Anticipazioni di linee guida che vanno in una direzione che nel giro di qualche ora vengono superate e annullate da altri criteri da seguire. Un balletto di indicazioni sullo sfondo di attività chiuse e quasi tutte con l’acqua alla gola che attendono un segnale certo per tentare una ripartenza che nel breve periodo non sfiorerà gli incassi pre virus.

«Lunedì sarò al bar che è stato sanificato e sistemato – aggiunge Paolicchi – ma le decisioni sono state troppo ritardate e confuse. Non si sa se il plexiglass è obbligatorio o se sono sufficienti le mascherine per evitare un’installazione che comunque ha un costo. Hanno ridotto da poco la distanza da 1,80 a un metro. E poi i suoli esterni. È vero che dovrebbero essere gratuiti e ampliabili, ma intanto dobbiamo pagare un geometra per fare la pratica e poi non sappiamo se va presentata una nuova domanda o integrata quella già esistenti negli uffici Sepi. È tutto campato in aria. Ripartiamo, ma tra mille incertezze. L’unica sicurezza è che sono due mesi e mezzo che non si vede un euro». Il coronavirus non ha lasciato il segno solo nei bollettini sanitari con il suo strascico di vittime. Tra commercio e pubblici esercizi l’economia di prossimità rischia l’ecatombe. «Gli incassi erano già esigui prima e ora con lo stop imposto dalla pandemia si sono fermati - denuncia il responsabile Opi di Pisa –. Difficile pagare anche le tasse arretrate, se non entrano guadagni, figuriamoci quelle nuove. Dobbiamo fronteggiare costi altissimi. Quello che è entrato come sussidio temporaneo è servito per pagare bollette o qualche scoperto in banca. Non ce la facciamo, e anche riaprendo le prospettive non sono facili: i costi saranno altissimi». — Pietro Barghigiani

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