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Da Vecchiano fino a Milano perché la solidarietà non ha confini
Testa, cuore e macchina da cucire: con gli avanzi dei camici nascono le mascherine per chi combatte il virus in prima linea
vecchiano
Ce n’è per tutti i gusti: qualcuna è decorata con l’arcobaleno, che in queste settimane difficili è diventato il simbolo della speranza contro il Covid-19. Altre sono colorate, altre ancora sono semplici, mentre per il sindaco di Vecchiano, Massimiliano Angori, c’è quella con la bandiera italiana.
Sono le mascherine cucite a mano nelle scorse settimane da alcuni abitanti di Vecchiano: soprattutto donne di tutte le età che, sempre più numerose, hanno realizzato senza sosta centinaia di dispositivi di protezione individuale per chi ne avesse bisogno. Un vero e proprio “contagio” solidale, che non solo si è diffuso in tutte le frazioni (Nodica, Filettole, Migliarino Pisano e Avane), ma che ha superato anche i confini regionali. Se l’impresa era partita per aiutare i volontari attivi sul territorio, con l’arrivo delle mascherine in Toscana questa fucina della solidarietà non si è fermata, ma ha “cucito” la strada per un’altra destinazione: Milano. E proprio qui, grazie al sostegno del Comune, sono arrivate ben 400 mascherine “home-made”, cucite con pazienza da «un gruppo di donne di Vecchiano», come è scritto nel biglietto che ha accompagnato le buste. Il tutto indirizzato alla dottoressa Rosamaria Vitale, volontaria di un’associazione di medici che aiuta i senza tetto di Milano e che su Facebook ha espresso la propria gratitudine. Un’impresa, quella delle “cucitrici”, apparentemente semplice ma animata da un grande cuore e sostenuta da un’arte che si sta perdendo nelle nuove generazioni. Basta poco per un gesto di solidarietà: una macchina da cucire, buona volontà e il principio che niente va buttato via. Lo sanno bene Paola Righi e Ivana Bertini, tra le prime a intraprendere questa avventura. «Tutto è cominciato perché ho un’amica che cuce camici per gli ospedali». Comincia così il racconto di Ivana, 74 anni e attivissima nonna di due nipotine: «C’era tessuto in più, e allora le ho suggerito di non buttare via nulla, perché con quegli avanzi si poteva fare molto. Così ho chiamato la Misericordia di Vecchiano perché mi aiutasse a prendere il materiale, che poi è stato mandato anche da tante altre attività, tra cui diverse tappezzerie».
Da qui, grazie al Comune che ha subito sostenuto questa iniziativa, si è allargata la rete della solidarietà: «Io sono partita, ma poi tantissimi mi hanno seguito e dall’inizio dell’emergenza non mi sono più fermata, tra l’orto e il cucito: ora realizzo camici. Con l’emergenza mi sono ritrovata sola, non posso vedere le mie nipoti, che mi mancano moltissimo e per le quali ho sempre cucito, anche se ero una cuoca. Vedere il bollettino della protezione civile tutte le sere è dura, ma questa esperienza mi sta aiutando molto perché così mi posso dedicare alle persone». Invece per Paola, 59enne di Filettole, cucire mascherine è stato anche un modo per continuare la propria attività: «Sono proprietaria di una merceria a Vecchiano, per cui avevo tutto il necessario. Appena ho saputo che cercavano persone per unirsi all’iniziativa, mi sono proposta assieme a mia mamma sin dall’inizio». E, assicura, fare una mascherina non è difficile: «basta tagliare il tessuto, saper usare la macchina da cucire e inserire l’elastico. Poi bisogna sanificarle (con acqua calda e amuchina), stenderle in un posto isolato e infine metterle sottovuoto. Grazie al negozio sono sempre stata vicina alle persone e questo è stato un modo per mettere a frutto quello che sappiamo fare e per essere utili a chi ne ha bisogno. Mi aiuta anche a distrarmi e a non pensare alla mia attività chiusa. Poi, quando ho letto il messaggio della dottoressa Vitali, ho provato una sensazione molto bella, che mi ha preso il cuore». —
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