Il Tirreno

Pisa

«Oggi come nel 1945 la Resistenza resta una cosa bellissima»

Andrea Chiavacci
Giulio Paolicchi, 95 anni compiuti lo scorso 10 marzo
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Giulio Paolicchi, 95 anni compiuti lo scorso 10 marzo

Giulio Paolicchi, 95 anni, l’ultimo partigiano combattente nel Comune di Pisa: «Siamo costretti a casa, ma il vero problema è questa politica addormentata»

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PISA. Il 25 aprile ai tempi del Coronavirus non è il solito 25 aprile. Le strade sono deserte e le cerimonie in forma ridotta, ma sui balconi c’è il tricolore e in molte case si canta Bella ciao. È la voglia di resistere che resta immutata soprattutto in chi 75 anni fa ha contribuito alla liberazione del nostro Paese e ora combatta un’altra battaglia perché gli anziani, la nostra memoria storica, sono le persone più colpite dal Covid-19.

L’unico partigiano combattente ancora presente nel comune di Pisa è Giulio Paolicchi, 95 anni compiuti lo scorso 10 marzo, che la resistenza l’ha fatta al confine tra la Toscana e la Liguria sulle Alpi Apuane. «Non sarà il solito 25 aprile e in più già da qualche anno abbiamo perso tanti partigiani – dice Paolicchi –. La situazione che stiamo vivendo è difficile. Siamo costretti a stare a casa, ma sono altre le cose che mi preoccupano. In questo momento la politica si è un po’ addormentata». Per dirla alla Gramsci è l’indifferenza il male che dà fastidio al partigiano: «Vedo politici che lasciano correre su troppe cose e tanti arrivisti in giro. Purtroppo anche tra i giovani, rispetto a qualche anno fa, vedo maggior menefreghismo». La libertà non è un fatto scontato: «Oggi godiamo di una libertà di pensiero che non c’era nei 20 anni di dittatura fascista. Avere la possibilità di esprimere il proprio dissenso deve essere un valore difeso da tutti ancora oggi». E per chi ha vissuto quel periodo terribile non è mai facile riavvolgere il nastro della memoria: «Penso alla Resistenza e i ricordi sono tanti».

Dopo l’8 settembre molti giovani si sono trovati a un bivio: da una parte stare con i fascisti e aderire alla repubblica di Salò, dall’altra andare sui monti con le formazioni partigiane. Per Paolicchi c’erano pochi dubbi, anche perché la sua famiglia è stata sempre in disaccordo con il fascismo: «Il merito della mia scelta va a mio padre: un antifascista convinto. Mio nonno era ferroviere e spesso in casa mia si riunivano tanti antifascisti». Sia il padre che il fratello del partigiano vennero arrestati e imprigionati a San Giorgio a Lucca. «Riuscirono ad uscire grazie all’aiuto fondamentale dell’avvocato Zerboglio, un nostro vicino di casa che sarà poi eletto senatore con il partito socialista». Anche Giulio Paolicchi fu arrestato: «Sono stato qualche giorno al Don Bosco. Una volta uscito sono scappato a Viareggio ed è lì che sono entrato nel gruppo partigiano intitolato a Marcello Garosi guidato dal comandante Giancarlo Taddei fino ai giorni della Liberazione».

Dopo la Liberazione la ripartenza non è stata semplice, ma ricordando quei momenti Paolicchi torna a sorridere e il suo sguardo si apre al futuro: «La Resistenza ha portato la democrazia, la costituzione, la libertà di pensiero e di parola. Quando torneremo a una vita quotidiana normale dovremo ripartire dai giovani, soprattutto lavorando con le scuole». Spetta alle nuove generazioni tramandare la memoria: «I miei nipoti mi raccontano che a scuola gli insegnanti non parlano mai della Resistenza».

Paolicchi non teme per la tenuta della democrazia, ma serve un cambio di rotta: «Tra i politici serve più unità per tenere distanti le derive autoritarie». Quindi, cantando Bella ciao ci saluta con un messaggio di speranza: «Mi fa piacere che ci si interessi a cosa è successo 75 anni fa. Oggi è una giornata splendida, nonostante tutto la Resistenza resta bellissima». –

Andrea Chiavacci
 

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