Il Tirreno

Pisa

"Ogni giorno incontro anestesisti e primari: li benedico e preghiamo"

Gian Ugo Berti
Il cappellano dell’ospedale di Cisanello don Luca Casarosa
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Il cappellano dell’ospedale di Cisanello don Luca Casarosa

Tra emozioni e sofferenze la lunga giornata nei reparti Covid-19 di Cisanello a Pisa del cappellano don Luca Casarosa

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PISA. Dall’alba al tramonto fra malati e familiari, tra medici ed infermieri, senza sosta.

La giornata di don Luca Casarosa, sessantun’anni, da Bientina, cappellano all’ospedale di Cisanello a Pisa dal 1994 e in questi mesi destinato al padiglione 30, quello adibito ai pazienti affetti da coronavirus, dura in media dodici ore e più. È lui stesso a raccontarcela, non senza emozione.

«La sveglia suona al sorgere del sole. Prego e medito a lungo, poi alle 8.30 celebro la santa messa nella cappella. Grazie al video collegamento entro in contatto con il personale medico ed infermieristico. Inizia poi la parte più lunga, quella del giro fra i reparti. È il contatto con chi lavora nelle corsie e chi nelle terapie intensive. Ascolto le parole, le riflessioni, vedo la stanchezza negli occhi di gente che non molla, anche se giunta allo stremo, lontana dai loro cari. Sempre protetto in modo adeguato, sulla porta delle stanze di degenza, a debita distanza, parlo con i ricoverati. Mi guardano, rispondo allo sguardo. Poche parole, avverto paure e sentimenti d’angoscia. Faccio da tramite con le richieste di portare un messaggio e riportare quello dei loro congiunti. Un incontro forte, intenso, che mi coinvolge».

«Il tutto – sono sue parole – prosegue nel pomeriggio, visitando altri reparti, fuori dalla zona Covid, perché molti sono i ricoverati per differenti patologie. Persone diverse, ma identico appare l’impatto perché dolore e sofferenza sono gli stessi. Non s’apprezza abbastanza il dono della salute che Dio ci concede, fino a quando non l’abbiamo più».

«Alle 18 – continua don Luca Casarosa – i colloqui con primari ed anestesisti, una decina di persone. Li benedico e preghiamo. Comprendo i riflessi dell’impegno al letto di chi soffre, di chi è in stato di coma, la frustrazione quando un malato, nonostante ogni terapia, non ce la fa e, non di rado, senza un ultimo saluto alla famiglia. Infine, intorno alle 22, un ultimo giro nelle cure intensive, una speciale buonanotte».

«Grazie ai collegamenti via telefono, un mezzo che l’arcivescovo ha utilizzato più volte per coinvolgere il personale, fare riflessioni e scambi d’idee, rimaniamo a continuo contatto. Lo stesso avviene con la Foresteria e la vita di chi, forzatamente, ci abita anche a lungo. Persone che non vedono i familiari per giorni, per non correre il rischio di contagiare ed essere contagiati. Prego con loro, li ascolto, un modo per allentare la tensione e trovare un sorriso. È un modo di vivere che ci coinvolge tutti da settimane, un po’ ci stiamo abituando, un po’ dobbiamo sempre fare leva sulla forza di reazione, sul valore della missione. L’ Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana ha risposto prontamente alle esigenze d’ognuno. Considero l’ospedale come la mia famiglia e provo grande amore cristiano verso chi ci vive e chi soffre».

In questa fase da pandemia da Covid, come si pone l’uomo di fede davanti all’assistenza e alla tragedia della morte?

«Ragiono col cuore, lavorando sulla sensibilità, ho un atteggiamento d’empatia, condivido il dolore e chiedo a Cristo il perché di questa malattia, mi considero uno strumento di luce e voglio guardare i malati come Gesù. Divido con l’altra persona una profonda fragilità, nessuno è Dio, dico no alla prepotenza e alla solitudine per chi muore senza un sorriso».

Cosa ne pensa che davanti alla pandemia, nell’antico dissidio fra medicina e religione, la Chiesa abbia compiuto un atto di sudditanza, chiudendo i luoghi di culto, rinunciando ai sacramenti. Nel corso di più gravi epidemie non era mai successo. Cosa c’è di diverso oggi?

«Mi considero un umile servitore del Vangelo. Le chiese non sono chiuse. La prima chiesa è la famiglia ovvero, come ha detto il Papa, è la “chiesa famiglia” e il rapporto tra i fedeli è il rapporto fra tutti noi che viviamo in una piccola chiesa. L’uomo è la chiesa di Dio. Non esiste sudditanza, ma la religione aiuta la scienza. La vita va tutelata. L’amore è più forte del virus».

Passata la pandemia, pensa che tutto ritornerà come prima?

«Dico di no. La speranza è che ciascuno faccia una revisione della propria vita, ritrovi i valori fondamentali, ricominci a ragionale col cuore ed abbia una maggiore umiltà per creare un mondo migliore».

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