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Processi da "remoto" bocciati dalla Camera penale pisana
La protesta delle toghe: ci deve essere essere il consenso dell'arrestato
PISA. Non piace gli avvocati il sistema dei processi da remoto. Sia l’Ordine degli avvocati che la Camera penale non hanno sottoscritto il documento che disciplina le udienze con arrestati e detenuti. In una lunga nota la Camera penale scrive: "Non è tempo di sterili polemiche, ma di chiarezza sì. Davanti ad un decreto legge che anche in materia di giustizia è tutto fuorché chiaro, il Consiglio Superiore della Magistratura aveva raccomandato di predisporre, per la celebrazione di determinate udienze, protocolli da condividere con l’avvocatura. A Pisa questo non ha avuto seguito e sulla stampa è apparsa la notizia che la Camera penale non ha sottoscritto le linee guida che il Presidente del Tribunale ha predisposto. Vero, ma non si sono spiegati esattamente i termini della questione. Nessuno può smentire quanto andiamo affermando e cioè a dire che dopo che il Presidente del Tribunale ha raccolto l’opinione della Camera penale su una bozza che ci era stata inviata, dopo qualche giorno di silenzio, ci sono state inoltrate per email le linee guida Presidenziali senza neanche che ci venisse illustrato quale fosse lo scoglio insormontabile che impediva di giungere ad un protocollo condiviso. Sia ben chiaro: stiamo oggi discutendo delle udienze di convalida degli arrestati, udienze che non possono essere rinviate e rispetto alle quali non può operare la sospensione. Ora, il punto che probabilmente ha spinto il Presidente del Tribunale (è un nostro pensiero, visto che nulla ci è stato detto) ad adottare unilateralmente le linee guida – caso crediamo più unico che raro nel panorama nazionale – riguarda le modalità di celebrazione di queste udienze. La Camera penale – ben consapevole dell’assoluta necessità di evitare quanto più possibile contatti fra le persone - aveva proposto un’interpretazione del decreto legge (scritto, per usare un eufemismo, malamente), idonea a salvaguardare, per un verso, le necessità connesse alla situazione attuale gravata da emergenza sanitaria e, per altro verso, il diritto dell’arrestato a partecipare personalmente all’udienza per illustrare le sue ragioni. Avevamo quindi chiesto che si evidenziasse a chiare lettere nel protocollo che l’attività da remoto (ovvero con strumenti informatici) costituisse modalità eccezionale e che si acquisisse in tal caso a verbale la non opposizione dell’interessato. Con la garanzia, peraltro, che per parte nostra mai si sarebbero frapposti ostacoli pretestuosi alla celebrazione da remoto".
"La nostra proposta, cioè, mirava a contemperare entrambi gli interessi (non certo i nostri o dei nostri assistiti) ma della collettività: la salute pubblica e i principi fondamentali tra i quali vi è il diritto di difesa; privilegiando semmai, per quanto sopra detto, quello della salute pubblica. Ci è stato risposto con il silenzio e con l’inoltro per email di linee guida unilateralmente scritte, senza tenere nel benché minimo conto della fragilità e della contraddittorietà dei riferimenti normativi invocati. Per di più in un contesto culturale che desta in noi, per ragioni che qui non è il caso di evidenziare, una preoccupazione di fondo: ovvero che l’emergenza epidemiologica possa trasformarsi – dal punto di vista della celebrazione di queste udienze – in futura normalità. Se il problema fosse allora quello che i penalisti faticano, per ragioni di formazione, a diventare smart, come la situazione impone e qualche quotidiano ha scritto, basterebbe rottamarli, come fino a qualche tempo fa si sarebbe detto. Ma non è così. Perché – curiosamente – la resistenza incontrata in questi anni su un’attività smart di tipo telematico è stata, semmai, di buona parte della magistratura, per prima della Cassazione. Basti pensare al fatto che il Tribunale invia notifiche a mezzo pec ma non sempre accetta, con il medesimo mezzo, molti atti che provengono dalla difesa; che sono anni che l’avvocatura chiede la consegna del contenuto dei fascicoli processuali in via telematica; che chiede di poter corrispondere le marche da bollo indicando telematicamente il rispettivo codice; che è costretta ad attendere nei corridoi; che addirittura non e’ sempre in grado di usare il proprio smartphone per telefonare dentro le mura del Palazzo di Giustizia perché’ notoriamente non c’è un gran segnale! I nostri Tribunali non dispongono dei più elementari strumenti informatici ma sono gli avvocati a non essere al passo con i tempi? Oggi, invece, per agevolare una soluzione “smart” ci si dimentica che l’amministrazione della giustizia deve essere prima di tutto “legal and costitutional”. Ebbene, i principi che ci guidano nella difesa dei diritti costituzionali non possono essere cancellati: mai, neppure al tempo del corona virus. Avevamo proposto di conservare quelli minimi indispensabili (possibile partecipazione al processo dell’unico vero interessato dalle sue conseguenze) e di considerare questa situazione come temporanea, con tanto di indicazione della data menzionata nel decreto (al pari di ciò che accade per tutti noi nella vita quotidiana con le limitazioni governative che non potranno essere per sempre), ma evidentemente queste due richieste sono apparse spropositate o fuori luogo. In altri Tribunali, la consapevolezza che i sistemi di collegamento da remoto potrebbero non esserci o non risultare efficienti, si è avuto il buon gusto di scrivere nei protocolli che laddove questa modalità risulti impossibile da seguire, si procederà nelle forme ordinarie come da codice, cioè con la celebrazione di un’udienza con tutte le parti presenti. Ma forse a Pisa si ha la certezza matematica che l’informatica trionferà, sempre e comunque. Auguriamo buona fortuna".
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