Il Tirreno

Pisa

L’intervista 

L’anestesista e il Covid-19 «Ho scelto di combatterlo per ritrovare me stesso»

GIAN UGO BERTI
L’anestesista e il Covid-19 «Ho scelto di combatterlo per ritrovare me stesso»

L’esperienza di Filippo DI Sacco, medico rianimatore della task force di Cisanello: «Ecco come lavora il personale sanitario in prima linea»

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PISA

«Ho scelto di combattere il virus per ritrovare me stesso». È la motivazione di un medico anestesista rianimatore dell’ospedale di Cisanello in prima linea. «Un impegno – come precisa Filippo Di Sacco – che ci vede coinvolti da settimane e che comincia a dare i suoi frutti».

Com’è nato il gruppo Covid?

«Per selezionare personale dedicato in maniera esclusiva ai pazienti Covid positivi. Lo scopo era limitare il numero dei contagiati all’interno degli operatori specializzati cosicché, qualora se ne fosse presentata la necessità, una parte del personale “pulito” potesse essere richiamato».

Perché ha scelto di entrare nel gruppo Covid e non di rimanere nell’attività di anestesia e rianimazione?

«Lavoro in ospedale da 15 anni. La scelta è stata volontaria. Una scelta emotiva, cui ho dato un significato più ampio: ritrovare me stesso».

Che sensazioni ha provato davanti al primo caso?

«Prima di avere contatti con i pazienti abbiamo fatto un addestramento tecnico e scientifico. Ci siamo preparati anche mentalmente. L’incontro vero e proprio non è stato traumatizzante ma non sono mancati i disagi: solo affrontando il “problema” si può fare una stima reale».

È preoccupato per i tempi della pandemia o vede la fine del tunnel?

«Il più è fatto ma abbiamo due scenari: il migliore è che tutto termini in un mese, il peggiore che si prolunghi o cronicizzi con miglioramenti e ricadute. D’ora in poi si gioca tutto sugli aspetti gestionali. Se mi dovessi sbilanciare, l’estinzione dell’epidemia è più probabile».

Quando il paziente esce dal coma, quali rapporti si instaurano fra di voi?

«All’uscita dal coma molti mantengono una coda farmacologica che ha un impatto su memoria e attenzione: spesso c’è molta discrepanza fra ciò di cui il paziente ha esperienza e ciò che avviene realmente. Nei giorni a seguire si sviluppa una forma di complicità nella cura, ma il fenomeno è più nel rapporto con il personale infermieristico che prende parte agli aspetti di tipo assistenziale».

Ha più avuto contatti con i malati guariti?

«Al momento, l’unica forma di incontro con i pazienti guariti è la loro rivalutazione presso altri reparti».

Quanto sta giocando il fattore squadra nel vostro lavoro?

«È stato ed è fondamentale. Devo dire che il nostro primario è stato “leader”: ha saputo farci lavorare insieme sfruttando al massimo le capacità di ognuno e il risultato è stato possibile perché conosce bene ogni singolo membro del gruppo».

Cosa rimarrà in lei, come medico ed uomo?

«Come medico questa esperienza serve da insegnamento per possibili scenari futuri. Come uomo molto di più. Sono emersi aspetti legati alla quotidianità, in particolare la lontananza dalla famiglia a causa delle misure restrittive, ma ho cercato di essere positivo, vivendo l’attimo come possibilità e con un atteggiamento fatalistico verso il futuro: questa la mia ricetta per la sopravvivenza». –GIAN UGO BERTI

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