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«Rischi di diventare fobico, ovunque vedi una possibile insidia»
Stefano Carlin, 50enne di Casciana Terme, è un infermiere del 118 e racconta le sue giornate fra turni infiniti e pesanti notti di lavoro
Stefano Carlin, cinquantenne di Casciana Terme, è uno degli infermieri del 118 in prima linea nella lotta al coronavirus. Lavora sull’automedica e sulle ambulanze medicalizzate a Pontedera. Turni infiniti. Giorni, notti di lavoro sempre più pesanti. Non c’è tempo per fermarsi: le richieste sono costanti, ora dopo ora. Anche un banale soccorso a persona che ha dolori addominali può nascondere un’insidia. Magari si complica dopo. Nei giorni successivi si scopre che era positivo al Covid-19 anche senza sintomi. Le precauzioni non sono mai a sufficienza. Stare in prima linea significa toccare la sofferenza.
«Mentre mi do il gel alla clorexidina sulle mani per la terza volta, non posso non pensare che questo virus ti fa diventare fobico. Ogni cosa, la tastiera del computer, la maniglia della porta del bagno, per non parlare dello sciacquone. Tutto ti sembra contaminato in ospedale. Forse lo è...», racconta l’infermiere. È un pensiero ricorrente anche se non c’è tempo per inseguirlo. Ecco che il telefono squilla. «Quel suono ti richiama alla realtà: “Guarda che esci”. Un istante dopo il telefono dell’automedica. È la centrale del 118 Livorno-Pisa. “Ciao, ti ho inviato una missione, è un rosso respiratorio”». Pausa. «“Grazie ho visto, ma ha febbre?”». A questo punto la risposta è superflua. «E poi per loro, per chi lavora dalla centrale, ora è tutto ancora più difficile. Abbiamo visto e portato via persone che tutto potevano avere tranne l’infezione. Ma poi sono risultate positive anche al coronavirus». Il tempo di sentire le risposte alle domande da protocollo e la vestizione, il rito del dolore si rinnova. Che si fa? Quanti anni ha? «Andiamo all’auto. Aiuto il dottore a indossare il kit. Sapete, con scarponi e divisa non è così facile indossare la tuta in tyvek. Per non parlare dei calzari. Mascherina, occhiali e due paia di guanti». Pronti in cinque minuti. Partenza. Difficile sapere cosa li attende. Gli anziani sono i più colpiti, ma il virus non guarda in faccia a nessuno. Un caso tra tanti: ci sono due coniugi con la febbre. Uno, il più anziano, non respira proprio benissimo. «Il dottore, che nel frattempo si è messo mascherina e occhiali, prende due cose ed entra. Io aspetto, se serve il mio aiuto mi vesto, intanto mi preparo le cose. Però dobbiamo fare in modo di farci bastare i kit di protezione. Non si sa quanti ce ne siano ancora e quanto durerà il virus. Sono in strada e mi dà noia la mascherina, ma non mi lamento: penso al collega del pronto soccorso che da svariate ore gira vestito come un palombaro».
Un’altra trincea contro il nemico invisibile sono gli ospedali. «Perché lui, al pronto soccorso, oltre al caso sospetto, in qualche stanza ha anche dei casi conclamati». Il pizzicore della mascherina al naso diventa un male relativo. Intanto le strade sono deserte, qualcuno dalla finestra guarda attonito cosa succede, cerca rassicurazioni che non avrà. «È un’epidemia, nessuno è preparato, anche i cinesi si sono messi in isolamento. Dobbiamo restare a casa, rispettare le regole», ripete l’infermiere. Esce il dottore. Intanto il paziente può restare a casa. Viene segnalato all’ufficio Igiene, andranno a fargli il tampone.
L’intervento è finito, il kit non serve più. «Anche questa è una fase difficile, se non si sta attenti ci si contamina. Raccolgo nel sacco il materiale potenzialmente infetto. Sanifico ciò che posso, indossando a mia volta dispositivi più blandi. Saluto i ragazzi dell’ambulanza, li ringrazio sempre e comunque. Mi detergo le mani con la solita soluzione alla clorexidina». Non c’è tempo per pensare. «Giusto il tempo di ripartire. Riecco il suono del maledetto smartphone, rieccoci». –
Sabrina Chiellini
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