Dalla paura nei confronti del diverso a quella per la sopravvivenza
Il Covid-19 e i riflessi sulle nostre abitudini/2 L’intervento della sociologa Sofia Capuano
Negli ultimi 20 giorni il significato e gli effetti della sensazione della paura sono cambiati profondamente. Sembra di scorgere un netto confine tra un prima Covid-19 e un dopo. Il confine tra il prima e il dopo è segnato dal cambiamento che ha investito la vita di tutti noi e dalle emozioni ad esso collegate. Siamo portati a pensare che le emozioni siano qualcosa che riguarda la nostra sfera individuale e personale. Gioia, tristezza, paura, odio, amore sono parole che sembrano legate alla nostra interiorità. In realtà sono i nostri rapporti sociali che ci insegnano a dare un nome agli stati d’animo: le emozioni sono fenomeni sociali.
Questo è evidente nell’interazione con i bambini: nei primi mesi di vita comunichiamo loro le emozioni attraverso il corpo, per lo più con le espressioni del viso. Solo quando il bambino è in grado di parlare è possibile insegnargli a dare un nome alle emozioni: tristezza, gioia, rabbia. “La capacità stessa di dare un nome alle nostre emozioni è una competenza sociale, sia perché è socialmente appresa sia perché è socialmente condivisa, ovvero la usiamo per interagire con i nostri simili”. Anche la paura, come le altre emozioni, è quindi un’azione sociale che nasce come risposta ad una condizione percepita come rischiosa o pericolosa. La paura è il risultato della rappresentazione sociale, ovvero del modo in cui la società descrive una situazione come pericolosa e di come suggerisce di affrontarla. In atri termini, premessi i limiti della sintesi, è la società che dice non solo di cosa avere paura ma anche come fronteggiarla.
Negli ultimi 20 giorni abbiamo assistito ad un cambiamento repentino, e ancora in atto, della paura intesa come fenomeno sociale. Fino a pochi giorni fa la paura è stata uno strumento per dividere esseri umani da altri essere umani. La paura è stata la carta da giocare per alimentare fobie verso qualcuno, un nemico, un diverso, da demonizzare ed agitare come uno spauracchio. Un’inquietudine generalizzata cui si è dato in pasto una preda su cui accanirsi nella fatua illusione di placarne i morsi della fame e aumentarne la duttilità. E in questa illusione si sono eretti muri, barriere, si sono imposte distanze su cui costruire la fama dell’uno o dell’altro stratega che della paura ha fatto la sua arma.
A pochi giorni di distanza da questo scenario le cose sembrano cambiate: la paura ha recuperato la sua reale e ben definita funzione. La sua funzione primaria e autentica: la conservazione della specie. Questo perché la paura di oggi ha un contenuto diverso e ben definito che si chiama Covid-19 e un obiettivo altrettanto chiaro: la sopravvivenza del soggetto ad una suffragata situazione di pericolo. Per sconfiggere questo virus dobbiamo “prendere le distanze” fisicamente l’uno dall’altro (di almeno 1 metro) e nello stesso tempo rimanere uniti contro un nemico comune. Dobbiamo tutti condividere lo stesso atteggiamento. Altrimenti non serve. Distanza e allo stesso tempo unione. Questa è la fondamentale e irriducibile differenza tra la paura fino a prima del Covid-19 e la paura adesso. La prima divideva, la seconda, unisce. E ne sono testimonianza le migliaia di iniziative che corrono sui social in questi giorni, gli unici spazi di socialità rimasti in questo periodo. Leggo di catene che istigano alla speranza, all’ottimismo, al rimanere insieme, frutto della necessità di coesione e di condivisione di uno stesso obiettivo. #insiemecelafaremo.
Non è facile pensare a ciò che accadrà dopo questa esperienza che tutti noi stiamo facendo di una paura e di un nemico reale. Un nemico che ci costringe a serrare le fila e a lottare insieme. Da ottimista voglio pensare che ciò che stiamo vivendo possa rappresentare per tutti noi un nuovo punta di partenza che interrompe, modifica, cambia schemi di propaganda, rende merito ai contenuti, riconosce in tempo strategie di manipolazione finalizzate alla distruzione. E voglio pensare che sia utile tutto questo, che serva anche a recuperare un sano e quantomai necessario senso delle istituzioni. Le istituzioni non sono altro che un prodotto umano, un modo in cui gli uomini hanno deciso di organizzarsi per dare risposte ad alcune necessità. La distanza da loro non serve a niente, è come prendere le distanze da un figlio nel momento in cui non risponde più alle nostre aspettative. Serve, al contrario, partecipazione affinché le istituzioni siano rispondenti al fine per cui sono state create. Nella distanza tra individuo e istituzioni si annida il pericolo maggiore di disgregazione sociale.
Sofia Capuano
sociologa
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